mercoledì 22 gennaio 2025

🚂Gennaio e i buoni propositi...

🌟Il capotreno si sistemò il cappello, si schiarì la voce e si rivolse ai passeggeri della carrozza 24: ''Siamo quasi arrivati a Gennaio, mancano circa 40 minuti a destinazione''.
C'era sempre qualcuno che si addormentava durante il viaggio, altri invece sembravano friggere sui sedili. Qualche passeggero fissava il vuoto con la penna in mano o guardava fuori dal finestrino in cerca di ispirazione. Qualcuno si aspettava grandi cambiamenti, altri non si aspettavano più nulla. Il capotreno doveva parlare con un tono di voce forte e chiaro per avvisare tutti: sembrava che i viaggiatori provenissero dalla Luna tanto apparivano increduli di essere già arrivati a Gennaio. Senza esserne troppo coinvolto, come se stesse recitando una antica e vuota litania, continuò: "Ricordo a chi avesse scritto i buoni propositi di firmare il foglio sopra alle linee tratteggiate in fondo alla pagina, di inserirlo nell'apposita busta e di imbucarlo nelle cassette che troverete vicino all'uscita. Altre cassette le troverete anche fuori dalla stazione e in caso di ripensamenti o dimenticanze potrete spedire le buste anche nei prossimi giorni, o fino a quando ne sentirete il bisogno. Le cassette disponibili però, da domani, saranno solo quelle esterne alla stazione, non si può tornare indietro.
Il numero aggiornato è di circa 115, non più 200, le mancanti sono state vandalizzate. Nel muro esterno della stazione troverete uno schermo dove sono mappate le cassette rimanenti. Ricordo anche che: non è obbligatorio scrivere i buoni propositi, non è obbligatorio imbucarli e non è obbligatorio mantenere fede alle parole che avete scritto. La nostra compagnia ferroviaria mette solo a disposizione le penne, i fogli e le buste che avete trovato sul sedile del posto prenotato precedentemente. Ogni foglio e ogni busta, noterete, riportano infatti lo stesso numero del vostro sedile. Ricordo inoltre che la nostra compagnia ferroviaria non è responsabile dei vostri mancati buoni propositi. Ci sono domande?"

"Eventualmente posso inviare i miei buoni propositi via mail?''
''No, la nostra compagnia ferroviaria, non ha ancora il servizio di posta elettronica attivo. Crediamo infatti che scrivere a mano permetta di riflettere a fondo sulle scelte da prendere e sui cosiddetti buoni propositi".
Il capotreno sottolineò ''buoni propositi'' esasperandolo con il gesto delle virgolette, piegando in contemporanea l'indice e il medio della mano sinistra. Sembrava non crederci più molto a quella favoletta che si ripeteva ogni volta, ad ogni viaggio.
"Fino a quando si possono spedire?''
''Non c'è un termine assoluto, statisticamente le ultime buste vengono raccolte verso la fine del mese, ma le cassette esterne alla stazione sono sempre disponibili''
''Potrei avere un altro foglio?''
''Sì, le chiedo di scrivere in alto a destra il numero del suo posto, lo stesso che ha trovato nel primo foglio, e di firmarlo sulle linee tratteggiate''.
Il capotreno porgendogli il secondo foglio notò sulla pagina poggiata sul tavolino numerose parole cancellate con una riga tracciata sopra e molte frasi ritrattate e nascoste da scarabocchi blu; una frase su tutte catturò la sua attenzione: 
Suicidio? veleno, lametta, mi impicco. 
Il termine lametta non era cancellato, non era stata scartata quella ipotesi? 
Cosa diceva il manuale in quei casi? Segnalare il soggetto al centro antisuicidio.
Ma che diritto aveva la compagnia ferroviaria di intralciare i buoni propositi dei passeggeri? Spesso erano solo pensieri transitori, in quel periodo poi le persone erano sopraffatte dalla vita e dai brutti pensieri.
Il capotreno come da manuale segnò sul taccuino il numero di prenotazione dell'uomo e proseguì: ci sono altre domande?"
''Posso scrivere io i buoni propositi al posto di un'altra persona?''
''Non funziona così, ma può scriverli sottoforma di una sua intenzione, intercessione''
Un uomo seduto poco distante intervenne: ma non può pensare ai suoi buoni propositi? Li ha già portati a termine i suoi?''
Qualcuno rise, molti annuirono.
Scese il silenzio, era arrivato il momento di concludere, di rileggere, di firmare e di chiudere la busta.

Arrivati a destinazione le buste di chi aveva scritto i buoni propositi erano praticamente tutte chiuse. Una buona parte dei viaggiatori però non aveva annotato nulla, accadeva sempre, a molti non interessava modificare lo stato delle cose, non desiderava nessun cambiamento, non ci pensava o gli andava bene così. 
Qualcuno iniziò a scendere, qualcun altro spingeva per passare davanti a tutti, altri rimanevano semplicemente seduti al loro posto procrastinando ancora un poco, non c'era motivo di avere fretta. Per chi? Per cosa?
Qualcuno arrivava a destinazione stanco per il viaggio che sembrava non arrivare mai da nessuna parte, altri invece erano pieni di aspettative e non vedevano l'ora di riprendersi la vita. Tutti si portavano appresso bagagli e carichi più o meno ingombranti. Altri, pochi per la verità, viaggiavano leggeri.
I passeggeri si ritrovarono nel grande atrio della stazione di Gennaio. Qualcuno prima di imbucare la busta la fissava per qualche istante, altri la inserivano nella cassetta senza pensarci troppo, qualcun altro se la tenne in tasca.
''Dicono che sarà sereno, dicono che si potrà stare tranquilli, almeno per un po''' disse una donna con un bambino in braccio e un grosso zaino sulle spalle, prima di imbucare la busta nella cassetta.
''Giuro a me stesso che sarà diverso. Sì, lo dico ogni volta che sarà migliore e poi finisce sempre uguale...'' mormorò un uomo di circa quarant'anni stringendo la busta tra le mani.
''Non sembra male, si respira già un'aria diversa. Sento che  è la volta buona, mi iscriverò in palestra, mangerò sano e diventerò una persona migliore, mi sento già una persona diversa, migliore''.
''Mi sposerò, ne abbiamo parlato, sembrava convinto, sennò mi faccio mettere incinta, non se ne andrà più, deve capire che è la cosa giusta da fare se siamo arrivati fino a qui insieme'' pensò una giovane donna fissando l'uomo accanto a sé che non aveva scritto nessun buon proposito.
''Cambierò lavoro, andrò lontano, non vivrò più la vita che vogliono gli altri, metterò me stesso al primo posto'' confidò un ragazzo all'amica che distratta digitava un messaggio.

''Ogni dannata volta devo sentire la stessa storia, gli stessi discorsi, li tenessero per sé almeno...'' commentò un signore in attesa di uscire.
Il capotreno controllò che tutti i passeggeri fossero scesi, si tolse il cappello e allentò la cravatta.
''Come è andata?'' gli chiese un collega.
''Come doveva andare, come sempre, c'è chi arriva stremato, chi è tranquillo, chi ha grandi aspettative, a qualcuno invece non gliene frega niente...''
"Andiamo a farci un giro a Gennaio?"
"Andiamo a vedere com'è, anche questa volta..."

lunedì 4 novembre 2024

La leggenda delle palle di vetro

In fondo a una valle, circondata da imponenti e cupe montagne, adagiato sulle sponde di un lago le cui acque se non erano nascoste dalla nebbia parevano nere per quanto erano fosche, si ergeva un paesino che nessuna mappa recente indicava. Chi se ne era andato a vivere altrove non ne parlava volentieri, a malapena ne pronunciava il nome e di certo non ne rivelava la posizione. Chi aveva scelto di andarsene aveva definito quel paese -un luogo fuori dalla grazia di Dio, dimenticato dalla Madonna e da tutti i Santi-.

Si contavano poche case e una chiesetta costruita con delle grosse pietre grigie, proprio sotto al pino secolare che si piegava stanco su di essa quasi a volerla proteggere. Una costruzione austera e semplice, ma in grado di resistere alle piogge, alla nebbia e a una tradizione macabra che affliggeva quel posto.

Ogni giorno qualche paesano accendeva una candela all'interno della chiesetta per cercare un po' di consolazione davanti a quella fiammella tremolante. Certe questioni non trovavano spiegazioni razionali, era meglio non farsi troppe domande. Potevano solo pregare affinché tutto finisse, prima o poi. 

Un giorno di molti, molti, decenni prima una donna mai vista fino ad allora comprò l'abitazione adiacente alla chiesa. La piccola casa disabitata affianco alla chiesa, la vecchia canonica.

Di rado la si incontrava in paese, la signora restava in casa, nel suo laboratorio, a creare, su commissione, palle di vetro con la neve dentro; il lavoro non le mancava mai. La gente arrivava anche dai paesi vicini per chiedere la realizzazione di una palla di vetro. Un segreto che si tramandava e che conoscevano in molti, ma del quale nessuno parlava alla luce del sole. Un'usanza che veniva tramandata a voce come in un bisbiglio, come se fosse solo una leggenda del posto.

Ogni palla di vetro era diversa da tutte le altre, era perfetta e curata in ogni dettaglio.              La donna indossava un lungo abito bianco, ingiallito nel tempo, con un colletto di pizzo ricamato. Lo stesso ricamo era ripreso anche in fondo all'abito. Una lunga treccia canuta le circondava la testa, come un cerchietto. Qualche fiore bianco le spuntava tra i capelli intrecciati. Il viso sembrava truccato con una cipria chiarissima, la pelle pareva carta velina per quanto era sottile. Indossava un ciondolo al collo, di quelli che all'interno celano una foto, e in tasca conservava un antico libricino di pelle scura. Ne usciva giusto un angolo dalla tasca del vestito, tutti lo notavano quand'era seduta tra i banchi della chiesa. Tutti riconoscevano quel libretto.

Quegli sguardi colmi di sofferenza e di timore la trapassavano come una spada.

In quel libricino, si raccontava, vi erano annotati il nome di tutti i commissionari e dei relativi defunti, di cui era segnata anche la data di nascita e la data di morte.

Quando il prete si trovava la signora in chiesa stringeva forte il crocifisso che aveva al collo. Su quella donna se ne dicevano tante, i racconti che si tramandavano ormai li conosceva bene. Non era l'aspetto la sola cosa che inquietava il prete: la donna costruiva quelle dannate palle di vetro; quella leggenda veniva perpetuata di generazione in generazione, di paese in paese. Cosa avrebbe potuto fare? Era solo un prete di provincia capitato in quel paese da poco più di un mese. Una volta alla settimana celebrava la messa nella chiesetta e si dedicava, suo malgrado, alle confessioni dei paesani.

Confessati e ti assolverò da ogni peccato, ma raccontami cosa succede in quella vecchia canonica. Cosa fa quella donna? Sono solo racconti o c'è qualcosa di vero? ” aveva chiesto alla vecchia maestra.

La maestra titubò, poi però iniziò a raccontare: "quando muore qualcuno i familiari si recano dalla signora per chiederle di costruire una palla di vetro con all'interno la statuina del defunto. Ormai le persone arrivano anche da lontano per questa, che ormai, è diventata una tradizione. Quando la persona cara muore ci si reca dalla donna con una ciocca di capelli e con una foto dalla quale lei copierà il soggetto. Dopodichè non si sa cosa succede, si deve uscire dopo che la signora ha annotato nel suo libricino nomi e date. Qualcuno l'ha osservata di nascosto, per quanto è riuscito: accende qualche candela, brucia i capelli, legge qualche formula dal libretto e poi... poi non si sa perché chiude gli scuri. Ma può essere certo che alla mattina successiva davanti alla porta di casa si trova una palla di vetro all'interno di una scatola di legno con le iniziali dorate del defunto"

Si dice che alcune di quelle palle di vetro siano inquietanti. Si dice che – e qui il prete si fece il segno della croce- all'interno ci siano intrappolate le anime”

La signora è davvero brava, è un'artista in quello che fa. Le palle di vetro sono così realistiche che possono suggestionare, questo è vero. Io sono solo una vecchia maestra in pensione, leggevo le fiabe ai bambini, ma si sa che in ogni favola c'è sempre un fondo di verità. Anch'io ho la mia palla di vetro, c'è mio marito dentro, se ne sta bello tranquillo a leggere il giornale sulla sedia a dondolo davanti al camino, non c'è niente di strano. Sembra vero, ha lo stesso sguardo assorto di quanto era in vita. A volte scuoto la palla per fargli nevicare addosso. Qualcuno ha raccontato però che qualche palla di vetro, non so come dire, sia cambiata dopo qualche ora. Non può fare altro che pregare per quelle anime ormai ”.

Prete, entri in casa, svelto” gli disse un uomo sull'uscio della porta. “Le devo mostrare una cosa, so che va in giro a chiedere informazioni riguardo alla signora delle palle di vetro”

Sì è così, ho sentito certe storie che... si dice siano solo credenze, suggestioni, non so che pensare”

Guardi la mia palla di vetro” si diresse verso una vecchia credenza, prese una scatola di legno e sollevò il coperchio, sopra vi erano dipinte due iniziali dorate.

Il prete fece un passo indietro e si portò una mano alla bocca.

Mio figlio aveva sette anni quando ci ha lasciato. La foto che abbiamo dato alla signora lo raffigurava sopra a un cavallino di legno. Eccola qui. Le posso assicurare che quando abbiamo trovato la palla di vetro sulla porta era incantevole, così ben fatta, ogni dettaglio sembrava reale e perfetto. Ci siamo commossi, l'abbiamo messa sopra a quel mobile. La mattina seguente però... cosa abbiamo fatto, come abbiamo potuto fargli questo” disse l'uomo disperato, comprendosi il volto con le mani.

La palla di vetro non mostrava come nella foto il figlio a cavalcioni sul cavallo a dondolo, bensì un bambino che batteva i pugni sul vetro, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati. "Mi dica lei, com'è possibile? Abbiamo chiesto spiegazioni alla signora, certo. Lei ha scosso la testa e ha pronunciato solo queste parole -a volte non si è pronti a lasciare questo mondo. A volte le anime si agitano e si disperano perché ritrovano la casa e l'amore ai quali sono state strappate.- Quindi l'anima di mio figlio è intrappolata lì dentro? Mi dica prete, non andrà in Paradiso? L'abbiamo condannato a quell'inferno?”

Il prete non seppe che rispondere, niente aveva senso. "Avete avuto degli screzi con la signora? Potrebbe, forse, essere solo uno scherzo terrificante".

L'uomo scosse la testa “no, nessuno screzio, l'abbiamo pagata, l'abbiamo ringraziata... dice che lei realizza solo palle di vetro, ma che l'anima a volte non si dà pace”

Avete pensato a rompere la palla di vetro? Magari se l'anima è intrappolata...”

Vede prete" e a quel punto l'uomo abbassò lo sguardo "la signora ci aveva avvertiti quel giorno, non rompetela mai, o vostro figlio vagherà per sempre senza pace nel regno dei vivi".

Il prete bussò a un'altra porta, gli aprì una giovane donna. Era vestita di nero, lo sguardo era perso e impaurito al contempo.

Mi hanno detto che anche lei possiede una palla di vetro, sono qui per cercare di capire”

La giovane aprì un cassetto e portò sul tavolo la sua palla di vetro." Non la posso tenere fuori, mi fa troppo male"

Il prete fece un lungo sospiro e aspettò che la donna si confessasse. “Mio marito in vita era un taglialegna, amava i suoi boschi, tagliava la legna per tutto il paese, era un omaccione buono, grande e grosso, con una bella barba scura, vede? Ci amavamo molto. Lo amo ancora. Ma non mi perdonerò mai per quello che gli ho fatto. È una tradizione del posto e io pensavo fosse morto in pace in mezzo ai suoi boschi". Gli passò la foto. Un bel ragazzotto sorridente stava in piedi accanto a un enorme pino e ai suoi piedi si trovavano alcuni attrezzi di lavoro, una sega, una corda, un'accetta.          “Mi commossi alla mattina quando trovai la palla di vetro, non mi giudichi, può sembrare una tradizione macabra, ma il mio gesto era solo spinto dall'amore per lui. Durante la notte mi alzai perché non mi sentivo bene. Trovai questo..." Spinse la palla di vetro verso il prete. "Era appeso a un albero, si era impiccato per la disperazione di trovarsi intrappolato là dentro credo. Morto, non morto? Ha gli occhi aperti, sembra che mi seguano, e qualche volta la corda oscilla".

Il prete bussando di casa in casa raccolse altri racconti sulle palle di vetro: una casalinga si era tagliata le vene in cucina, mentre preparava un dolce, così da far divenire rossastro il liquido in cui era immersa; un signore dormiva tranquillo a letto, la foto in realtà lo ritraeva solo qualche ora prima di morire, la famiglia non ne possedeva altre. Qualche volta però, a osservare bene, sembrava che gli scendesse qualche lacrima, ma forse era solo suggestione. All'interno di un'altra palla di vetro due fratelli salivano sul tetto di una macchina allungando la testa verso la bolla d'aria in superficie, non raggiungendola mai.

Qualcuno se ne andava in pace, molti altri non riuscivano a staccarsi dai loro affetti; condannati dentro a una palla di vetro per sempre, per colpa di una macabra tradizione o per semplice egoismo: per non separarsene mai.

La signora delle palle di vetro si limitava a realizzarle e a consegnarle poco prima dell'alba per non avere contatti con i familiari. Non cercava di fargli cambiare idea, si limitava ad ascoltarli e ad assecondare le loro volontà. Solo gli faceva giurare di non rompere mai la palla di vetro: in quel caso le povere anime avrebbero vagato in cerca di un conforto che non sarebbe mai arrivato.

Non poteva certo rivelare tutta la verità o condividere con loro la sua pena. Spesso parlava con i defunti prima di sigillare per sempre la cupola, gli leggeva delle strofe da quel suo libretto, cercava di convincere le anime a liberarsi dal loro passato per cercare altrove una nuova pace. Qualche volta l'ascoltavano, molte altre restavano intrappolati in quel mondo in miniatura. Era un'artigiana, il suo era solo un lavoro. Perché la gente fosse così crudele da voler rinchiudere le anime degli amati lì dentro solo Dio lo poteva sapere.

Lei stessa era stata condannata a vivere in eterno; il marito colmo d'ira e disperazione aveva gettato a terra la palla di vetro che la raffigurava come una sposa il giorno del matrimonio. Da allora il suo destino, come quello di poche altre anime nascoste nel mondo, era stato segnato: sarebbe diventata una fabbricante di palle di vetro, la sua dannazione eterna.

giovedì 2 novembre 2023

La ricamatrice

2 novembre 

Un corvo nero se ne stava sul tetto e pareva che, quando la donna scostava la tenda ricamata con foglie d'edera per controllarlo, quell'uccellaccio la fissasse.
"Vattene via, sciò!" urlava dal balcone la ricamatrice, battendo le mani verso il corvo per spaventarlo. Qualche volta se ne volava via, ma sicuro come la nebbia a novembre che quell'uccellaccio sarebbe tornato. Era dalle prime luci dell'alba che la donna si sentiva puntati addosso quegli occhi neri e lucidi come spilli.
Si mise lo scialle addosso, prese la borsa con i centrini di colore bianco o avorio e si incamminò verso la piazza del paese. Era di nuovo giorno di mercato, freddo e persone sgradevoli non sarebbero mancate, come al solito.
Sferruzzava tutta notte, tutte le notti fin da quando era più giovane. Non riuscendo a dormire ricamare centrini con l'uncinetto era l'unico sollievo che le concedeva un po' di tregua dall'infinito buio della notte. Le dita, ormai deformate, andavano da sé, creavano disegni e ricami, anche su commissione:
scene di caprioli davanti a laghetti montani, mazzi di fiori, volti, tazzine da tè, da caffè, trionfi di frutta, scene di matrimoni, di battesimi e funerali.
 Cadeva come in una sorta di imbambolamento dove non smetteva mai di ricamare. Una sorta -di trance-  aveva cercato di spiegarle una volta il dottore dei matti e dei delinquenti, come lo aveva definito lei, proponendole pillole e sonniferi per aiutarla.
Ma solo sferruzzare le portava una qualche sorta di serenità, come se si rifugiasse in una bolla dove non esisteva più il freddo alle ossa e il dolore alle mani.
Iniziò a sistemare i centrini sulla bancarella, alcuni su commissione, altri con i classici ricami di fiori e di frutta.
Non li aveva ancora controllati.
Appese alcuni suoi lavori, altri li ordinò sul banco. Sembrava tutto apposto. Un centrino però catturò la sua attenzione: una donna seduta su una poltrona. Che diavoleria era? Come le era uscito?
Lo cacciò in fondo alla borsa. Non ci diede peso, l'insonnia spesso le faceva brutti scherzi.
Non dormiva una notte intera dall'età di ventuno anni, da quando per caso trovò quei suoi uncinetti mischiati alla terra scura di una tomba abbandonata nel cimitero della chiesa del paese.
Li raccolse, come si coglie un fiore, e sentì, quasi come con una fitta al cuore, che le appartenevano.

Una ragazza si avvicinò alla bancarella della ricamatrice, aveva l'aria stanca, affranta, era pallida, con la pelle sottile che pareva tagliarsi col vento, ma gli occhi le ardevano come due tizzoni. Rabbia e malinconia si mescolavano nelle parole.
"Il centrino è maledetto, guarda qua" disse gettandolo sopra agli altri.
"Che intendi dire? Che dici?"
"Avevi ricamato me e il mio sposo stretti per mano, guarda qua, si è sfilacciato: non ci teniamo più per mano. E lui se n'è andato la scorsa mattina"
"Non è colpa del centrino se tuo marito ti ha lasciato, lo sanno tutti in paese che tipo è. E tu che te lo sei pure sposato... Non sei stata capace di tenertelo " la liquidò.
"Lei è una donna cattiva, è colpa del suo centrino maledetto. Il cane della signora all'angolo è morto poco dopo che lo ha ricamato, investito dal camioncino della posta. E nel centrino i punti si sono allentati. E l'albero delle nespole? Secco! Come il fiume del Monte Rame, dopo che li ha ricamati!"
"Coincidenze! E' il mondo che va in malora, non sono i miei centrini"
"Faccia una prova e poi vedremo"
"Ricamo te stanotte" la minacciò puntandole  l'uncinetto.
La giovane donna, con gli occhi lucidi e pieni di livore, si strinse nel cappotto di lana e fuggì a casa. "Maledetta ricamatrice, sei solo una donna maledetta!"
La ricamatrice afferrò il centrino degli sposini, lo tagliò a metà e lo gettò per terra tra le foglie umide.
Che sciocchezze erano quelle. Il mondo non è un Luna Park, non è una gita al lago, e se anche lo fosse quel giorno pioverebbe,  mormorò tra sé. E io ricamo solo quello che mi chiedono

"Che hai oggi da brontolare?" le chiese una vicina di bancarella.
"Niente, solo le solite scocciature"
"Lo vuoi un po' di tè caldo? Così ti scaldi un po'"
Avrebbe detto di sì, si sentiva talmente stanca e infreddolita da così tanti anni, invece le uscì solo: No, non mi va, ho il mio thermos.
Non era vero.

Quelle voci, le voci dei centrini maledetti giravano da un po' di anni, ma erano così belli, unici e ben fatti, che le persone non ci credevano davvero. Superstizioni, pensavano, forse.
I matrimoni si sfasciavano, le persone se ne andavano, non erano eterne, come non lo erano gli alberi, le bestie e tutte le altre creature di questo mondo. E nessun morto ricamato era mai tornato dall'altro mondo.

Alle quattro del pomeriggio era già quasi buio, ma per fortuna quel giorno al mercato si era concluso.
"Come sono andati gli affari?"chiese la vicina di bancarella.
"Come al solito, ho venduto ricami di frutta e di fiori e uno su commissione, un funerale. Buon due Novembre. Buonanotte"

La ricamatrice scostò la tenda ricamata con foglie d'edera e il corvo, proprio in quell'istante atterrò sul tetto davanti. Gracchiò tre volte, verso di lei.
Aprì la borsa dove teneva i suoi centrini e cercò il ricamo con la donna sulla poltrona. Un bel lavoro, non c'è che dire, mormorò tra sé, stendendo il centrino sul tavolo di mogano.
Cenò in cucina con una zuppa di cavolo nero poco sapida, lesse  le notizie del paese senza esserne coinvolta e finalmente andò a sedere sulla poltrona a ricamare; e forse a trovare un po' di pace.
Era stanca e infreddolita da troppo tempo, lo scialle di lana non la scaldava più, il tepore del fuoco del camino non la confortava da anni. Le pantofole di feltro cucite da lei rimanevano gelate all'interno. Quando sentì degli scricchiolii provenire dal parquet non si scompose, quella vecchia casa ereditata dai nonni tutte le notti si faceva sentire, quasi le faceva compagnia.

Quando sentì il calore del sangue scendergli lungo il collo provò quasi sollievo, quella sensazione di calore dimenticata per un attimo, che le parve eterno, la consolò.
Una lacrima le rigò il volto increspato, ma non era tristezza quella che provava.
La ricamatrice rimase seduta sulla poltrona di velluto consumato, con l'uncinetto stretto tra le dita, il centrino che si macchiava di rosso e una forbice piantata sul collo.
Avrebbe riposato finalmente e forse trovato pace.







giovedì 21 settembre 2023

Obiettivi!

 

Avrei dovuto mandare “Barbie Sportiva o Barbie va in palestra” al colloquio della scorsa settimana. Riassumo un po': dopo qualche messaggio e una telefonata abbastanza impegnativa dal punto di vista delle domande mi invitano a un colloquio nella sacra sede.

Vado in bici (il posto è vicino e io giro spesso in bicicletta) e credo così di dimostrare il mio animo sportivo, penso già di essere al traguardo, con pochi finalisti per lo meno. Mi accoglie una donna molto alta, bionda e con gli occhi azzurri. Io sono l'opposto. Per fortuna ci sediamo in ufficio perchè altrimenti avrei dovuto prendere un oki per le cervicali terminato il colloquio, visto che è durato 45 minuti.

No, non dovevo entrare alla Nasa. L'annuncio diceva: Accoglienza in una palestra, a turni, la mattina fino alle 14 e il pomeriggio fino alle 21. Ok, così nel tempo che mi resta porto avanti i miei progetti, pensavo.

Non ho mai udito tante volte la parola obiettivi come durante quei 45 minuti.

Ti piace lavorare per obiettivi? Certo, oddio che dovevo rispondere? Chi non ama lavorare per obiettivi?  
Descrivi una situazione in cui hai lavorato per obiettivi.
Ti piaceva andare a lavoro sapendo che avevi degli obiettivi? Il mio obiettivo, signora, era quello di riuscire a tornare a casa senza essere investita dalle auto, volevo rispondere.
Certo, lavoravo tutti i giorni per obiettivi. 
Hai mai pensato: Non ho voglia di andare a lavoro? Tutti i caz di giorni quando lavoravo in un certo ufficio!
E se non riuscivi a portare a termine gli obiettivi cosa facevi? Ci sono sempre riuscita.
Dimmi tre aspetti che dovrebbe avere un lavoro: prendere un pacco di soldi, avere la settimana cortissima e non avere colleghi str.nzi che fanno domande ancora più str.onze.
Invece ho risposto le classiche cose.
Ma quella non mollava: una qualità di una tua amica che vorresti avere te? Le tette.
Perchè sei qui? A quel punto me lo chiedevo anch'io. Cosa ti aspetti da un lavoro così? Qui vogliamo l'eccellenza, vogliamo cambiare la vita delle persone, è il nostro obbiettivo.
Forse al mio posto avrei dovuto mandare “Barbie mi piace da impazzire raggiungere gli obiettivi”.
A quella donna non piaceva molto il fatto che io avessi anche altri progetti, nelle ore in cui non ero lì, ho avuto quella impressione. Però nelle poche ore che rimangono in un giorno, non si è liberi di pensare ad altro? Spoiler: mi hanno scritto che non sono in linea con i loro obbiettivi a quanto pare.
Per fortuna, aggiungo.
p.s. No, la retribuzione non era da eccellenza... gliel'ho scritto, ops.

lunedì 26 giugno 2023

Concorsone ...

Io e la mia amica Ba abbiamo fatto un concorsone stamattina..Così almeno ci siamo fatte un giretto insieme e ci siamo salutate, abbiamo pensato, tra le altre cose 😄
Comunque, stringendo, le considerazioni post concorsone sono:
Il tizio che dettava le regole a un certo punto ha dichiarato al microfono - I VARCHI SONO CHIUSI, nessuno può più andare in bagno-
"I varchi di luce" ho subito pensato io, citando Paola e Chiara (Festival). Forse avrei dovuto concentrarmi sulle regole e sulle materie del concorsone, ma le associazioni di idee mica le puoi fermare, sono come le onde. Fondamentalmente però la questione più significativa era la pisciarola collettiva.
Con la chiusura del varco di luce, cessava la possibilità di recarsi alla toilette. Per quello pratico la disidratazione prima di affrontare avvenimenti di questo tipo.
Umanità varia: giovani, meno giovani, quelli vestiti bene, quelli che sembravano "appena scesi dal letto", molte ciabatte comode alla moda, quelle costose, o robe simili, qualche marsupio, sguardi disillusi, ansiosi o concentrati.
Il tizio seduto alla mia sinistra, prima che il varco fosse chiuso, praticava invece il pisolino pre-concorso. Occhi chiusi e braccia incrociate sullo stomaco. Non credo stesse meditando.
Uno dei motivi per cui anni e anni fa scelsi di frequentare Scienze della Comunicazione era per l'assenza della matematica, della fisica, dei calcoli, delle percentuali etc.
E che trovo oggi stampato nero su bianco? Un sacco di domande sulle percentuali e su quelle sequenze logiche del tipo "3 11 28 45 63 119...?" Che numero manca?" (Sequenza assolutamente inventata).
No non lo so, io ho fatto Scienze della Comunicazione, pensavo di aver scansato quelle cose ormai e invece... Back to the liceo scientifico. E vi dico solo che faccio ancora quell'incubo alla notte: sono all' Esame di maturità e mi chiedo"perché sono ancora qua? Percheeeé😵
.

martedì 13 giugno 2023

⭐Lab. Riciclo artistico!

Riciclo Artistico

L'obiettivo è quello di creare qualcosa di ecologico (e bellissimo!) con materiale di recupero.
Ricicliamo cartoni, sacchetti di carta, tappi, bottigliette, giornali e carta solo all'apparenza da buttare,
ma utilissimi per inventare "idee sostenibili" per l'estate.

Creazioni:

Ventaglio "acchiappa aria fresca"
Sottobicchieri colorati per le granite
Sacchetti di carta con "scritte sostenibili" dove buttare le carte dei gelati.

Adoro!💘

🍉Lab. di Scrittura creativa - Summer Edition

A Padova,
dal lunedì al venerdì
dalle 9.00 alle 12.30

Per tutte le info scrivimi a: barbara.raymondi78@gmail.com



martedì 30 maggio 2023

Non c'era molto altro da dire...

🌄Non c'era molto altro da dire, con un tramonto così potevano anche stare zitti
e forse, finalmente, baciarsi.

📸 Instagram: barbara.raymondi