mercoledì 9 settembre 2026

Come le ragazze vere

L'ultima casa in fondo alla via teneva sempre i balconi aperti, sia d'estate che d'inverno. Il giorno e la notte, soprattutto la notte.

Si diceva che l'abitazione fosse sorta sulle macerie di una casa di correzione qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Un istituto che ospitava un gruppetto di donne definite problematiche, ribelli, pericolose e dalle vite non conformi.

Di notte, soprattutto, venivano rinchiuse in quelle che i dottori chiamavano stanze, ma che invece ricordavano delle fredde celle con i lucchetti alle porte.

Erano donne che sentivano troppo, donne che bramavano la libertà.

Tina adorava le stoffe, tutte le stoffe, colorate, rigorose o impalpabili. Fin da ragazzina era solita scappare di casa per intrufolarsi nel magazzino della merceria del paese: entrava di nascosto e iniziava a sognare. Toccava e palpava i tessuti, li annusava e ne osservava le trame in controluce.

Iniziò a lavorare appena quattordicenne alla merceria, misurava le stoffe e tagliava i tessuti, con la forbice appesa al collo e l’ago tra le labbra. Tina iniziò a sbocciare, i vestiti le stavano sempre più stretti e le forme cominciavano ad apparire meno acerbe. Anche le gonne si accorciavano, nonostante Tina le allungasse un poco con i ritagli delle stoffe avanzate. E più sbocciava, più gli sguardi del proprietario della merceria si facevano insistenti. Aveva un quadernetto dove, con un mozzicone di matita, disegnava decine di vestiti, annotando i suoi appunti e incollando accanto un piccolo ritaglio di stoffa. Si sentiva la ragazza più fortunata del mondo, nonostante la guerra e gli occhi dell'uomo sempre puntati addosso. Il proprietario della merceria, con la scusa di misurare gli abiti su di lei, iniziò a toccarla, ogni giorno. Dapprima quasi impercettibilmente, tanto che Tina quasi si vergognava a fare certi pensieri. Dopo mesi di molestie sempre più pesanti e più disgustose, quando l'uomo la spinse dentro al magazzino e tentò di violentarla, Tina non riuscì più a trattenersi. Gli piantò le forbici sulla grossa pancia che la schiacciava contro il tavolo. Non lo uccise però, scappò lontano da lì, con l'ago in bocca e la forbice insanguinata appesa al collo. L'uomo la denunciò, raccontò alla polizia che aveva sorpreso Tina a rubare, che l'aveva licenziata e che lei si era vendicata.

- Non è vero! - urlava mentre la portavano all'istituto Dolce Cuore di Maria, ma nessuno le aveva creduto, né l'aveva mai ascoltata. Avrebbe solo desiderato creare vestiti per le donne, affinché tutte si sentissero bellissime.

Lara aveva solo diciassette anni quando i suoi genitori la portarono all'istituto Dolce Cuore di Maria: sentiva troppo, piangeva troppo e non mangiava niente. Si sforzava, ma non ci riusciva. E allora piangeva perché in realtà sognava di diventare una maestra della scuola elementare: desiderava insegnare a leggere e scrivere ai bambini. La fecero anche benedire dal prete, ma niente, Lara continuava a piangere. E più piangeva, meno mangiava. - Vergognati! - le urlava il padre - non troverai mai un marito così magra. Sei brutta, sei una morta che cammina. Le senti le voci della gente? Fanno gli scongiuri quando passi -. Lara iniziò a tagliarsi sulle braccia, tanti sottili graffi rossi tutti in fila. E poi non mangiò più. La rinchiusero che pesava 37 chili.

Rosa invece era una donna di trent'anni (dichiarati, ma da sempre se ne toglieva qualcuno), adorava mettersi il rossetto rosso, amava ballare e  godersi la vita. Faceva l'amore libera e detestava l'idea che un marito le ordinasse come vivere, quanto bere o come vestirsi. Amava la sua libertà. E sì, faceva la puttana in casa sua, si guadagnava così i soldi da vivere. E da lei andavano sia i soldati che i preti. Sia i contadini che i dottori, perché come li faceva sentire lei…

Pubblico scandalo e oltraggio al pudore, sentenziarono quando la turpitudine e l'immoralità non si poterono più contenere. Successe dopo che Rosa, in piazza, davanti a tutto il paese, salutò il sindaco a braccetto con la moglie. Fu portata di peso all'istituto Dolce Cuore di Maria, scalciando e urlando i nomi di tutti i suoi amanti! Le proibirono di portare il suo amato rossetto rosso, ma riuscì a nasconderlo tra i suoi effetti personali. Riuscì anche a nascondere tutti i suoi risparmi, in futuro le sarebbero serviti…

Santina fece l'errore di innamorarsi della persona sbagliata e di dichiararsi. Poco importava se passavano tutto il giorno insieme sui campi, se si riposavano sotto la stessa quercia, se si passavano la bottiglia di vino bianco, con le guance rosse e il cuore che batteva forte. Poco importava se ridevano fino alle lacrime, se si abbracciavano strette e si promettevano di partire insieme per un viaggio, senza bagagli, attraverso l'Europa. Santina le chiese di scappare dal loro paese, solo loro due, lontane da tutti, dalle famiglie, dagli sguardi, da chi giudicava e non comprendeva il loro sentimento.

- Io e te? Non è possibile, io e te esistiamo solo sotto a questa quercia -

- Ma io voglio vivere con te ovunque, non solo sotto a un albero - rispose sfiorando le loro iniziali incise nella corteccia scura. - Noi ci amiamo! Lo sento, e so che è così anche per te! -. Poi, senza pensarci, prese il volto della ragazza tra le mani e la baciò. 

Si erano già baciate, di nascosto, ma mai senza controllare prima che nessuno passasse di lì.

La ragazza la spinse via. - Tu sei pazza, mi devo sposare, vuoi mandare all'aria la mia vita? - rispose infastidita, ma anche triste, perché aveva gli occhi lucidi quando scappò via da lei, per sempre.

Il fidanzato della ragazza vide la scena del bacio, o forse glielo riferì qualcuno, perché bastò la firma di un medico compiacente e una segnalazione di pubblica sicurezza, per far rinchiudere Santina all'istituto Dolce Cuore di Maria.

Nonostante i sedativi e i barbiturici quando tentavano di scappare o, durante le crisi di pianto, le cinghie strette ai polsi, nonostante le docce fredde per punirle solo per il fatto di essere ancora se stesse, nonostante tutto, riuscirono a sopravvivere fino alla notte del bombardamento.

Rosa si prendeva cura di tutte loro, come una mamma. A volte, di nascosto, colorava le labbra delle compagne con un velo di rossetto rosso. Siamo come le ragazze vere, diceva Lara specchiandosi nel vetro della finestra.

Santina organizzava il lavoro nell'orto dell'istituto, alle suore andava bene, più le donne lavoravano, meno pensavano alle pazzie combinate fuori di lì.

Tina recuperava le stoffe regalate all'istituto e creava abiti per le sue compagne. Si sentivano tutte bellissime.

Ridevano, piangevano, si abbracciavano strette per trattenere le loro vere anime. Tutte sopravvissero fino a quella notte perché erano riuscite a trasformare la loro disperazione in una salvifica sorellanza, in un'alleanza dolcissima e potente. Una resistenza fatta di sguardi comprensivi e di gesti amorevoli. Erano riuscite a ricreare il loro mondo, dove essere se stesse non era sbagliato.

Se siamo tutte matte e tutte diverse, allora forse non lo è nessuna di noi. Siamo solo fatte così, disse Lara alle sue compagne di vita.



Poi arrivò quella notte di luglio, in cui nessuna di loro riusciva ad addormentarsi. Un bombardamento fu fatale per l’istituto. Nessuno trovò il tempo di farle evacuare, nessuno aprì i lucchetti delle loro prigioni. 

- I lucchetti! Almeno i lucchetti! - urlò disperata Tina a una novizia: una ragazzina con gli occhi spaventati e un pesante mazzo di chiavi in mano.

La novizia si voltò a guardare per l'ultima volta le celle delle donne: esili braccia si allungavano imploranti al di fuori delle sbarre. Urla disperate chiedevano pietà, almeno per quella notte.

La novizia fece qualche passo indietro, cercò la chiave della prima stanza, ma ce n'erano troppe, le tremavano le mani e il rombo sinistro dell'aereo, ormai, era già sopra le loro teste.

-Non la trovo, mi dispiace, tieni, liberati tu- disse tra le lacrime, abbandonando poi il mazzo di chiavi tra le mani di Rosa. 

- Che Dio abbia pietà di voi -, ma Dio non ebbe pietà di loro, nessuno l'aveva mai avuta con quelle donne.

Rosa tentò di trovare la chiave del lucchetto che bloccava la porta dall’esterno, con la paura che le faceva serrare i denti e paralizzare le dita. Provò e riprovò. La serratura scattò con la quinta chiave: era riuscita ad aprire quel dannato lucchetto. Un sorriso incredulo le si allargò sul viso.

Raggiunse rapida la cella di Lara e le afferrò le mani pallide che si agitavano fuori dalle sbarre.

- Ci sono io - le disse - ci salveremo, te lo prometto -.

Non avrebbe mai abbandonato le sue sorelle.

Si strinsero le mani, si guardarono negli occhi colme di disperazione e di speranza. Poi, il boato. Le macerie.

Qualcuna pianse fino all'ultimo respiro aggrappata alla grata della finestra, qualcun'altra non fece altro che graffiare la porta per tentare di scappare. Tina si rannicchiò sotto il letto, aspettando che tutto finisse, graffiandosi il corpo con i fili metallici della rete. La camicia da notte bianca si macchiò di tanti puntini rossi. Era una bella immagine, pensò tra sé, dopotutto quando era una donna libera, le stoffe particolari le erano sempre piaciute.

 

Quella notte Rosa riuscì a salvarsi perché, scappata dalla sua stanza, riuscì a trovare rifugio sotto il tavolo di legno massiccio di una guardia. Urlò i nomi di tutte le sue sorelle per ore, le cercò sotto alle macerie: doveva salvarle, non le avrebbe abbandonate anche lei. Poi sentì una voce flebile, una di loro che dichiarava con un filo di voce: sono viva, sono ancora viva, sono io.


Negli anni a venire Rosa e Santina riuscirono a costruire sopra a quelle macerie una casa per tutte le donne che avessero bisogno di un luogo di pace, di poesia e di libertà, dove essere solo se stesse.

Una casa che fosse l'esatto opposto di una prigione, dove le finestre rimanevano sempre spalancate di giorno e di notte: un luogo per potersi ritrovare, riconoscere e iniziare a vivere.





giovedì 22 gennaio 2026

Esercizio di scrittura creativa...

Esercizio di scrittura creativa...
Gennaio dal punto di vista di un albero di Natale che sta per essere riposto nello scatolone. Cosa pensa, cosa vede...
È un animo stucchevole ,gentile o al contrario un vecchio cinico ed esausto albero di Natale?

Si sono dimenticati di accendermi le lucette stasera. Non che mi dia fastidio un po’ di tranquillità: tutto quell'accendersi e spegnersi
intermittente per ore mi fa girare un po’ la testa e le palle. Quest'anno mi hanno riempito di palle: argentate, gialle, verdi, bianche, rosa! Fiocchi rossi, lucette colorate... hanno veramente esagerato con la cafonaggine.
E mi hanno addobbato praticamente solo davanti, per poi spingermi in un angolo. Dietro mi si vede tutto.
E vogliamo parlare del puntale? Me l'hanno ficcato in cima, pende tutto da un lato, mi stringe gli aghi e continua a perdere porporina. Ogni volta che qualcuno mi passa a fianco sfiorandomi, dal puntale scende una
nuvola dorata. Se potessi, starnutirei brillantini. Ma dove siamo, a Las Vegas?
Nessuno sembra più notarmi da qualche giorno, nessuno fa più caso alla mia presenza. Credo sia arrivato quel momento, ormai sono
invisibile. Certo, come possa passare inosservato visto che ho un fiocco
dorato gigante attaccato dietro e un puntale ficcato in testa, non lo so…
È caduta a terra una pallina rossa l'altro giorno; nessuno se n'è accorto.
La vedo, è sotto al mobile, non credo che qualcuno la cercherà.
Funziona così, tutti gli anni: prima sono tutti gasati ed entusiasti di
avermi in giro e poi…
Non hanno acceso le lucette stasera, tra qualche giorno mi infileranno in
uno scatolone. Finisce sempre così.

Credo sia giunto quel momento, non mancherà molto; ho notato le loro espressioni e li ho sentiti bisbigliare. Mi vedo allo specchio: sono ricoperto di brillantini, pendo da un lato e sono anche più spelacchiato dell'anno scorso. Sembro un vecchio ubriaco appena uscito dal casinò.
Mi farei un whisky prima di uscire di scena.
Eccolo lo scatolone: è logoro, pieno di scotch vecchio e puzza di Natali passati.
Vacci piano con quel fiocco dietro!
Signori, vorrei dire che è stato un piacere, ma volentieri mi faccio una dormita senza fiocchi e palline colorate appese dove non dovrebbero essere appese.
Rumore di nastro adesivo.
Il buio, poi il silenzio.

giovedì 4 dicembre 2025

Esercizio di scrittura creativa:

💫Esercizio di scrittura:
💌Scrivi un racconto pensando a:
• dicembre
• una torta bianca fumante
• un profumo
... 
💫
A me è venuto in mente questo:

❄️Dicembre era arrivato portando con sé un cielo grigio e immobile. I rami degli abeti erano scuri e impenetrabili. Il paese sembrava addormentato.
Poi ...un fiocco di neve, due, poi mille... Che in una sola notte ricoprirono gli alberi, le case e li accesero di bianco. Solo le luci delle abitazioni e i camini fumanti indicavano le strade, le botteghe...
La neve è fredda e dolce, pensò la bambina assaggiandone un poco. Un dolce bianco e soffice, disse.
Il pasticcere del paese, che passava di lì cercando da tempo ispirazione per un nuovo dolce, udì quelle parole... e per un attimo si fermò col naso all'insù a guardare i fiocchi di neve cadere leggeri sul paese. 
Corse al suo forno stringendo il cesto con all'interno stecche di cannella, comprate al mercato, che iniziavano a coprirsi di fiocchi bianchi.
Dicembre portava con sé la neve, il calore dei caminetti accesi, il profumo di cannella.
Passò una notte e un giorno a provare la nuova ricetta... E finalmente creò il dolce che divenne il preferito di tutto il paese:
Un dolce bianco come la prima neve, caldo come il tepore nelle case e dolcemente speziato come la cannella.

#scrivere #leggere #copywriter #storyteller #scritturacreativa

lunedì 3 novembre 2025

L'orologiaio

Tic, 

Tac.

 Tic,

 Tac.


Non tutti lo percepivano il ticchettio proveniente dal vicolo nascosto in fondo alla piazza.
Un battito flebile, stanco,perpetuo, ma in quel paese fatto di case di pietra e viette strette, tutti conoscevano quel vecchio uomo solitario e scontroso che non usciva quasi mai dal suo laboratorio, lo chiamavano solo ‘l'orologiaio’, perché era quello il mestiere che faceva da tutta la vita e prima di lui il padre, il nonno, il bisnonno… da intere generazioni. Tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre, la nebbia scendeva talmente fitta in quel vicolo lungo e stretto, da non lasciarne intravedere la fine. 
Sembrava che la nebbia si concentrasse tutta lì, tanto da far ottenebrare i sensi di chi vi si addentrava. Entrava nelle ossa, raggiungeva i polmoni e penetrava fino al cuore. La mente si annebbiava e vacillava… e più ci si avvicinava alla piccola bottega più si iniziava a percepire quel flebile ticchettio che persuadeva e richiamava.
Tic,
Tac.
Tic,
Tac…

Il 31 ottobre il velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti diventa più sottile e l'orologiaio lo sapeva bene. Aspettava con ansia e desiderio quella notte, bramava la mezzanotte come un bambino desidera i regali la mattina di Natale. L'amore della sua vita, l'unica donna che aveva amato, era morta lo stesso giorno del matrimonio, in modo improvviso, lasciando l'orologiaio solo al mondo, pieno di rabbia, impotenza e dolore. Uno strappo improvviso che non poteva e non voleva ricucire.
Non si rassegnò mai alla perdita dell'adorata moglie, una donna bellissima, di animo candido e generoso, sprofondando così in una agonia e in una solitudine senza tempo. Un dolore senza tempo, il tempo, le ore, i minuti con cui lavorava tutti i giorni… 
Tutto quel tempo a disposizione eppure non poteva farci niente, non serviva a nulla spostare le lancette indietro e ancora indietro per farla tornare.
Ci aveva provato in ogni modo: aveva pregato, chiesto consolazione al prete, si era recato da ciarlatani che gli avevano promesso di evocarla dall'aldilà, aveva bestemmiato e rinnegato Dio. Comprò libri di magia bianca e poi di magia nera; ma non era servito a nulla. La moglie immortalata nel giorno delle nozze in una fotografia ormai sbiadita dagli anni passati lo fissava e lo condannava. 
Successe che qualche anno più tardi, dopo aver letto e consultato altri cento libri e manuali sull'occulto trovò, in mezzo a una pila di volumi, un piccolo libricino con la copertina nera, ne spuntava solo un angolo. Il titolo: Torneranno le anime. 
Lo lesse in una notte, ne imparò a memoria alcuni passaggi. Avrebbe rivisto la moglie.

Aleggiava una leggenda oscura attorno alla figura dell’orologiaio: si diceva che prestasse soldi e che in pegno chiedesse solo un orologio. Nessuno ne discuteva apertamente, ma al bar tra un'ombra di rosso e una grappa che bruciava l'anima, ci si chiedeva a chi sarebbe toccato quell'anno. Perché gli affari non andavano bene a nessuno in quel paese nascosto dalla nebbia, i pochi soldi si spendevano al bar.  
Durante quei giorni nebbiosi, quando anche la speranza si perdeva per strada, capitava sempre che qualcuno si presentasse alla porta del laboratorio in cerca di denaro. E se non si presentava nessuno l'orologiaio girava per le vie e i bar dei paesi limitrofi a cercare qualche vittima.
Al tizio della libreria non andava troppo bene, aveva gli scaffali pieni di romanzi e di libri impolverati.  
Finivano tutti al bar nel tardo pomeriggio e l'orologiaio lo sapeva bene. 
Si avvicinò al libraio: ti offro cinquantamila euro per il tuo orologio. L'uomo rise: vecchio, si dice che tu sia un orologiaio bravissimo, ma a quanto pare si sbagliano, questo orologio non vale niente, l'ho preso in un mercatino per pochi euro.
Ma tu hai l'aria di uno che ha bisogno di cinquantamila euro
A dire il vero me ne servono settantamila… e qui al bar non mi fanno più credito. Sei uscito dal tuo nascondiglio con questa nebbia in cerca di orologi, vecchio?
L'orologiaio passò all'uomo una busta colma di banconote: dovrebbero bastare questi, no? Ti aspetto più tardi da me con settantamila, vieni stasera sul tardi, porta l'orologio.

Pareva che più uno fosse disperato, più sentisse quel dannato tic tac. Quel maledetto ticchettio rimbombava nelle orecchie del librario a ogni passo che muoveva verso quella bottega. Quella stessa sera si presentò alla porta del vecchio bussò lì dove tutti battevano il pugno, dove il legno ormai era consumato. L'uomo si sentì osservare dallo spioncino: Ho portato l'orologio, disse senza attendere una domanda.
Fuori la nebbia e l'oscurità si mischiavano tra loro.
L'orologiaio sospirò, abbassò le luci, accese qualche candela e chiuse gli scuri. Girò la chiave nella porta e lo fece entrare, un suono, che al libraio parve sinistro sinistro, accompagnò quel gesto...
Ora girati verso la porta e chiudi gli occhi- gli ordinò senza nemmeno salutarlo.
E così fece il libraio, ma perché la stanza era semibuia e le candele erano accese? cosa stava accadendo? 
Il vecchio chiuse a chiave e se la mise in tasca.
Il fumo delle candele bruciava gli occhi del libraio… e sembrava che i suoi pensieri rallentassero, come il suo cuore. Girandosi verso la parete, con gli occhi serrati e i pugni chiusi, pensò di non essere mai stato tanto vicino alla morte. Eppure non riusciva a ribellarsi e a scappare da lì. Strinse di più gli occhi e deglutì paura. Cosa stava per succedere?
- È lo Stramonio liberato dalla candela, per quello ti senti così, piccole dosi, non ti preoccupare -
L'orologiaio spostò un piccolo quadro, era la fotografia in bianco e nero della moglie, con i capelli raccolti e l'abito nuziale, gli sorrideva timida. Così gli sembrava.
Dall'interno della cassaforte prese il libretto nero e un mucchio di soldi che posò sopra al banco di lavoro.
Il libraio si trovò di fronte sette mazzette di banconote, i suoi incubi sarebbero finiti pensò.
- In cambio di questo denaro, chiedo il tuo orologio e qualche giorno della tua vita, sennò non se ne fa niente-
Il libraio non capiva, qualche ora per aiutarlo nelle commissioni? Quel vecchio bastardo era pieno di soldi forse avrebbe potuto rubare i soldi e spingerlo a terra. Ma si sentiva così stanco e stordito…
Il libraio posò le mani sopra alle banconote ma il vecchio gli afferrò i polsi con le sue dita nodose e fredde.
- Non così in fretta, prima dobbiamo definire quanti giorni mi darai - .
L'orologiaio consultò il libricino, annotò qualche numero, scrisse qualcosa su un foglio ingiallito quindi sentenziò: settantamila fanno dieci anni. È un buon affare, siamo al 31 ottobre, siamo agli sgoccioli.
- Agli sgoccioli per cosa? Dieci anni? Devi essere impazzito - gli rispose tentando di sganciarsi dalla presa gelida. La testa gli girava, credette di essere sul punto di svenire.
- Dieci anni non sono che un sospiro, sono appena un sorriso, poco più di uno sguardo- gridò stringendo ancora più forte le mani al libraio.
-L'uomo le ritrasse, sei solo un vecchio pazzo voglio andarmene da qui-
L'orologiaio sfilò dal polso l'orologio e con un piccolo ago punse il dito dell'uomo ormai privo di sensi.
Aprì la cassa dell'orologio e girò una minuscola ruota per dieci volte, poi lasciò cadere una goccia di sangue tra gli ingranaggi. Chiuse l'orologio, girò la corona per sistemare le lancette e ascoltò il ticchettio.
L'aria si congelò nello stesso istante in cui l'orologio ripartì, il libraio sentì il cuore stringersi e la gola chiudersi… dovette aggrapparsi al bancone dell'orologiaio per non cadere a terra.
- Cosa mi hai fatto maledetto?-
- Abbiamo fatto un accordo, i soldi in cambio di dieci anni anni della tua vita. Siamo contenti entrambi, no?- 
L'orologiaio richiuse il libretto e l’orologio nella cassaforte. Il quadro con la foto della moglie la celava perfettamente.
Tic tac, Tic, Tac.
- Lo senti lo scorrere della tua vita? -
L'uomo si accasciò per terra, con gli occhi sbarrati e i soldi tra le mani.
Lo sentiva, sentiva quel dannato ticchettio battergli dentro alla testa. 
- Ti restituisco i soldi, ma fa smettere questo rumore infernale, ridammi i miei anni -
- Fuori di qui, è tardi ormai-
Lo cacciò fuori e la nebbia inghiottì il libraio.

Era quella la notte in cui l'orologiaio riusciva a barattare qualche anno di vita mortale con qualche attimo di vita di quell'altro mondo per rivedere la sua adorata moglie. Anche quell'anno era riuscito a racimolare qualche istante per poter stare con lei. Le istruzioni del libretto nero ormai le conosceva a memoria: doveva bruciare sulla fiamma della candela, che emanava essenza di artemisia, un pezzo di velo nuziale della moglie, ormai ne era rimasto ben poco. Il velo bruciò in un istante il fumo delle candele si intrecciò con esso e con l'essenza dei dieci anni rubati che furono liberati aprendo l'orologio. Mancavano pochi minuti a mezzanotte ormai.
Un anno valeva pochi secondi, ma anche un istante avrebbe placato la sofferenza di quel vecchio.

Come se prendesse vita dalla foto, la sposa si manifestò di fronte a lui e gli sorrise.
Ma non la poteva toccare, né lei poteva parlare.
- Ho comprato dieci anni quest'anno, per vederci un poco di più-
La sposa sorrise ancora, dolcemente.
L'orologiaio cercò di accarezzarle il volto, ma sfiorò l'aria e l'immagine della donna sembrò rarefarsi
- Ho un po’ di acciacchi, ma tutto sommato va bene, solo che mi manchi, mi manchi sempre, ogni giorno, resta con me, portami con te-
La sposa si portò le mani al cuore.
- Vorrei raggiungerti lì dove sei, ma se poi non ti trovo…-
La sposa sorrise ancora.
- Non ho più molti soldi, non so quanto potrò andare avanti, quello di oggi era disperato e mi è andata bene-
La moglie scosse la testa, sembrava mostrasse un'espressione di dolore e questo lacerò il cuore dell'orologiaio.
- Perché non approvi? Non ti lascio andare. Non puoi lasciarmi. Non possiamo dimenticarci -
Poi la sposa iniziò a svanire, il vecchio tentò di abbracciarla, ma si ritrovò tra le mani solo il fumo della candele. Cercò gli occhi di lei un ultimo istante. 
Tic, Tac
Tic, Tac.

martedì 28 ottobre 2025

🎃 3 Libri spaventosi (o quasi) da leggere durante la settimana di Halloween...

🎃 3 Libri spaventosi (o quasi) da leggere durante la settimana di Halloween...
L'ultimo è il mio preferito, è una raccolta di poesie pubblicate tra il 1914 e Il 1915, ma, secondo me, "romantica", moderna e assolutamente in tema Halloween 👻
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👻Teddy 
Mallory inizia a lavorare come babysitter presso una famglia benestante, scoprirà che Teddy, un bambino di 5 anni, ha un' amica immaginaria, Anya, che gli dice cosa disegnare:
immagini inquietanti e macabre.
Disegni che suggeriscono una verità
 nascosta e un oscuro segreto che solo
Mallory dovrà scoprire prima che sia troppo tardi...  
👻La casa sull'albero 
Henrik e Nora decidono di andare a vivere nella vecchia baita di famiglia con il figlioletto. Una casetta incantevole
in mezzo alla foresta, dove è difficile incontrare
anima viva. Qualcuno però li sta spiando.
Nei dintorni viene ritrovato lo scheletro
di un bambino e subito dopo il figlio
scompare... Una vecchia casa sull'albero
in mezzo al bosco resiste allo scorrere del 
tempo, tra la nebbia e il vento gelido...
👻Antologia di Spoon River 
Una raccolta di poesie, in forma di epitaffio,
in cui i defunti del cimitero di una piccola città immaginaria americana raccontano la storia
delle loro vite. Le 244 poesie svelano
i segreti, i rancori, le passioni e
i sogni perduti dei protagonisti sepolti
nel camposanto situato sulla collina
di Spoon River...


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mercoledì 22 ottobre 2025

🐰Se da un cilindro potevano uscire...

🐰"Se da un cilindro potevano uscire
un mazzo di fiori colorati 
o un grosso coniglio bianco,
allora per qualche istante, 
tutto sarebbero stato
davvero possibile..."💫
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🌱Erbe Matte 

🎩Il romanzo racconta le vicissitudini di un circo, un po' decadente, ma figo dentro.
Il circo, forse, ricorda un po' la metafora della vita.
Dove tutto luccica, ma magari dentro c'è una crepa. Ma dove, nonostante tutto, i momenti difficili, gli amori sbagliati... l'erba matta rinasce sempre.
Dove tutto è possibile: quando la magia si mescola col profano, come il latte col caffè.
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🍂
Il Circo Lumen e un piccolo circo di provincia senza effetti speciali e con molti debiti. Il suo Direttore, un uomo d'altri tempi col cilindro in testa e molti tatuaggi, tenterà di risollevarne le sorti a modo suo finendo pero per scontrarsi con gente pericolosa e disposta a tutto pur di vederlo rovinare. Toccherà alla sua famiglia, ai suoi circensi, cercare di mettere in salvo il Circo. Non sarà un'impresa semplice tra vendette antiche, amori sospesi e gesta funamboliche. La vita e un circo e al Circo Lumen tutto e possibile... o quasi.

mercoledì 15 ottobre 2025

Scrivere un racconto partendo da una immagine.Pensa a un

💐Scrivere un racconto partendo da una immagine.
Pensa a un mazzo di fiori gettato in un bidone, per strada, davanti a una Caffetteria.
Quale storia ci può essere dietro?
Chi sono i protagonisti?
Chi è il narratore:
chi li ha gettati o chi li ha regalati?
Magari il punto di vista è quello di un passante o di un narratore esterno.
Perchè quel mazzo di fiori è stato buttato?
Le sfumature sono infinite.


Da una semplice immagine può nascere, dal nulla, un racconto.
Ambientato ai giorni nostri, nel passato o nel futuro, perché no.
Ci si può soffermare anche sul Dove. In quale città o in quale strada. Reale o meno, inventata o esistente.
Può essere scritto in tono drammatico, romantico, ma anche ironico erotico, distopico. 
Ci si può basare anche sui ricordi 
(Ok... L'ho fatto, ma questa è un'altra storia😄)
Le possibilità sono pressoché infinite. 
A ognuno il suo.
A me come prima domanda verrebbe da rispondere: Perchè?? Cosa è successo?
E poi: chi sono i protagonisti...? 
A te cosa ispira l'immagine di un bouquet di fiori gettato in un bidone davanti a un Caffè?

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