sabato 31 ottobre 2026

🎃Il campo di zucche

Dannate zucche, maledì con un filo di voce il ragazzo zoppicando fino al campo bruno davanti a sé. Un corvo gracchiò in lontananza, se ne stava sempre lì, su quell'albero, sembrava che controllasse quei campi, che si godesse lo spettacolo.

Lo so, uccellaccio del malaugurio, lo so che siamo quasi a fine ottobre, gli gridò lanciandogli una pietra sporca di terra. 

Si guardò le mani, mani consumate come si sentiva lui dentro. Ogni santo giorno, da quando era rimasto orfano, sapeva di dover custodire quei campi di zucche. Non aveva una fidanzata: come avrebbe potuto condannarla a quella vita? In realtà amava una ragazza, da sempre, e lei amava lui, fin da piccoli, ma non se la sentiva di stare con lei. Avrebbe dovuto confidarle il suo segreto oscuro, e lei di certo sarebbe scappata inorridita. Non sarebbe riuscito a sopportare anche quello. Lara passava a trovarlo tutte le sere, anche solo per un saluto, per una tazza di camomilla o una grappa. L'unica donna con cui era stato, e più l'amava, più la allontanava;  la aspettava comunque tutte le sere, non riusciva a fare a meno del suo amore.

Sua nonna, quand'era in vita, l'aveva avvertito: Abele resta da solo, il tuo destino è segnato, sarà quel che sarà, tanto prima o poi tutto finisce. Forse sei nato così brutto per restare da solo.

Era magrissimo, aveva i capelli biondi, quasi bianchi, lunghi fino alle spalle, gli occhi azzurri, l'iride era pressoché trasparente, e poi zoppicava. Zoppicava tra i campi, tra le zucche, sprofondando nella terra scura, a volte restandone prigioniero. 

Sembri già morto, un fantasma zoppo, gli diceva ancora la nonna.

Sembri un angelo, gli sussurrava invece  Lara, quando stavano insieme, abbracciandolo forte per non lasciarlo andare e accarezzandogli i capelli quasi bianchi.

Non posso, le diceva sfiorandole le labbra con le dita sottili e fredde come un nebbioso giorno d'ottobre.

- Non capirò mai perché, perché stai con me e poi mi allontani!  Un giorno me ne andrò da questo posto dimenticato da tutti i santi e forse qualcuno mi vorrà sposare. Fino a quel momento il mio cuore appartiene a te lo sai - gli ripeteva da sempre.

 

Cosa sarebbe successo dopo la fine di Abele, quello solo Dio lo poteva sapere. La gente gli stava alla larga, quel ragazzo porta sfortuna, si chiacchierava in giro. Se solo avessero saputo che sotto a quei campi, sotto alle maledette zucche colorate c'era quella specie di inferno… Come se fosse stata colpa sua, come se avesse potuto scegliere. 

L'ultima notte di ottobre

la terra tremerà

e l’oscuro abisso si squarcerà.

Usciranno fuori i reietti,

da Dio maledetti,

per saziar col sangue e l’accetta

l’eterna vendetta…

Gli sussurrava la nonna fin da quando era nella culla. Imparala a memoria, sarà la tua salvezza e la tua dannazione.

A volte gli sembrava tutto un incubo, il suo aspetto, la sua vita, il 31 ottobre. Quella macabra filastrocca era il sottofondo delle sue giornate, come uno stridio che non si placava mai nella testa. 

Afferrò un pugno di terra e se la portò al naso, profumava di ottobre, dannatamente di ottobre.

Da qualche anno, e non ne capiva il perché, se non per il fatto che le modernità non avevano alcun senso per lui, i suoi campi di zucche erano i più ammirati e i più fotografati del territorio. E per qualche altro assurdo motivo la gente aveva iniziato a lasciargli soldi di carta e monete dentro un barattolo di latta appeso a un palo. Il ragazzo l'aveva messo lì solo per capire quanta pioggia scendesse in una brutta giornata d'autunno.

- Per l'ingresso, per ringraziare-  gli disse un uomo fotografandolo, come se non fosse stato altro che una comparsa spettrale in uno spettacolo teatrale.

E per evitare che gli entrassero in casa aveva creato un lungo sentiero tra le sue zucche. Qualcuno si accomodava sulle casse di legno lasciate qua e là ai bordi del campo, chi fumava, chi beveva, chi faceva foto. 

- Che meraviglia stare qui-  gli aveva detto una donna seduta tra le zucche. 

- Io non mi siederei lì in mezzo se fossi in te-  le aveva risposto il ragazzo piantando il badile nella terra umida. Metteva soggezione quando fissava le persone con quegli occhi trasparenti, faceva venire i brividi a tutti, tranne che a Lara.

Verso sera si stendeva uno strano velo di nebbia sopra a quel dannato campo di zucche, succedeva da sempre così, da secoli. E da sempre toccava a lui starci dietro, era così stanco…

E siccome poi la gente iniziò ad andare a visitare il  campo di zucche anche dopo il tramonto, il ragazzo decise di disporre nei sentieri qualche lanterna.

Che spettacolo, gli dicevano fotografando il campo, le zucche bitorzolute, lui.

Strinse la medaglietta che nascondeva in tasca, con la foto di Lara, la portava sempre con sé, in qualche modo si sentiva protetto da quell'amore impossibile.


Quando ottobre piegava i rami e rinsecchiva le foglie, la terra sotto i campi di Abele cominciava a tremare, lui lo percepiva in  modo chiaro. Un vocio inquietante si insidiava nella sua testa e non lo lasciava in pace, si mischiava con le parole della filastrocca. Al ragazzo pareva di impazzire. 

Un tempo le cose erano più semplici, c'era un ordine. 

Molti anni prima il custode del campo faceva il giro delle case con la sua lanterna. Sapeva già a quale porta bussare e dove c'era qualcuno con un piede nella fossa. E i familiari aprivano la porta senza stupore. Il prete arrivava in fretta, segnava la fronte del moribondo con l'estrema unzione, recitava due parole in latino, che nessuno comprendeva, e alzava gli occhi al cielo: Ci sono cose che nessuno può comprendere, possiamo solo pregare. Un macabro e necessario rituale. Magari diventerà un angelo.

O una zucca, pensavano tutti. Poi, con un cenno del capo, faceva capire al custode che poteva portare il corpo al campo di zucche. I parenti piangevano al cimitero davanti a una cassa vuota, e la terra taceva, sazia. Sotto a quelle zucche, da secoli, vi erano ammassati assassini della peggior specie, giustiziati o sepolti vivi. E ogni trentuno ottobre, quando il velo tra i mondi si assottigliava, bisognava placare la loro sete sanguinaria di vendetta, sacrificando qualcuno. 

Il problema era che adesso i paesi si erano svuotati. Niente vecchi in fin di vita, niente moribondi. Nessun segreto tramandato, i giovani erano andati tutti in città.

C'erano solo i turisti. ​La gente calpestava quella terra maledetta ridendo, facendo foto e sdraiandosi tra le zucche, ignara di tutto. E doveva pensarci lui a trovare qualcuno, per tenere buoni quei diavoli e regalare un altro anno di pace al mondo. Un baratto spietato, ma era così da sempre.

A ottobre, le zucche del campo maledetto, assumevano strane sembianze. Non erano zucche normali. Tra i solchi profondi e i bitorzoli della scorza dura, appariva come l'ombra di volti raggrinziti. La terra lì assorbiva l'anima di chi era stato seppellito nel campo. Non che vi fosse inciso o disegnato un vero volto, era solo un'impressione, un velo di un'anima sacrificata.


-Non si daranno mai pace, da secoli è così,  adesso tocca a te, gli aveva spiegato la nonna passandogli il maledetto testimone, prima di andarsene all'altro mondo. 

Per un paio d'anni il ragazzo aveva temuto che la fine fosse arrivata, che senza più moribondi da offrire la terra si sarebbe spaccata a metà per far uscire quegli assassini, e tanti saluti al mondo. Le sentiva le voci, erano sempre più vivide, più minacciosi, come una tenaglia dentro alla testa.

Doveva provvedere lui, di solito ne bastavano tre o quattro, per farli stare buoni.


Al calare della notte del 31 ottobre, mentre la nebbia inghiottiva le lanterne e i visitatori si diradavano tra le risate e i flash, il ragazzo tese la sua silenziosa trappola: approfittando del buio, tramortì con il badile l'ultima coppia che si aggirava tra le zucche.

I due corpi giacevano inermi sulla terra scura. Il solito corvo gracchiò dal suo albero. Certo che non avrebbe voluto farlo, e quei due non avevano nessuna colpa. È il destino o la sfortuna! gli gridò. Non li ho invitati io qui, aggiunse.

Dovevano solo rimanere in vita fino a mezzanotte. Li imbavagliò prima che potessero urlare e legò loro mani e piedi. Trascinò un corpo alla volta in mezzo al campo e si sedette vicino a loro. 

Sotto, solo l'orrore. Era così stanco di fare il custode.  

Dalla Bibbia vide spuntare la sagoma di Lara, era andata a cercarlo, come tutte le sere.

- Dove ti eri cacciato? Ti cerco da un sacco! Ti devo dire una cosa importante, gli disse avvicinandosi.

Era abituata a sprofondare nella terra umida, ad aggirarsi tra i campi.

- Che ci fai là seduto? Non si vede niente. Sono venuta a dirti che domani parto, vado in Francia, dormirò da una cugina e studierò il francese, forse lavorerò in un bistrot, ti immagini? Avrò un baschetto magari o …. Chi sono quei due? Perché sono lì a terra? Sono morti?-  gli chiese portandosi le mani alla bocca. Un'espressione di terrore le ghiacciò gli occhi.

- Non è come pensi, Lara, non puoi capire cosa succede qui ogni anno- le confessò prendendosi la testa tra le mani.

- Spiegami cosa sta succedendo!-

- Qui sotto accadono cose terribili e stanotte verranno a prenderci se non sacrifico queste persone-

- Ma cosa stai dicendo?- arretrò di qualche passo.

- Non le senti le voci? Non senti tutto questo dolore? L’inferno che sta per uscire? Io sono solo il custode di questi campi di zucche - 

- Cosa stai dicendo Abele? Io non sento niente. Hai ammazzato tu queste persone? Tu sei pazzo, io devo andare via, devo cercare aiuto - disse con la voce rotta, inciampando tra le zucche.

Il ragazzo strinse forte la medaglietta che aveva in tasca, fino a tagliarsi la mano. 

- Non puoi andartene -

La terra ebbe un sussulto, come una scossa di terremoto. Lara cadde tra le zucche, gli occhi erano fissi su Abele che non riconosceva. Il panico si mutò in un orrore assoluto. Non era un angelo.

- Abele ti prego, mi fai paura! — urlò, graffiando disperata la terra, circondata  da centinaia di zucche che ora sembravano guardarla con volti orribili e disperati.

- Mi spiace Lara, ma starai sempre qui con me -.

Un’altra scossa parve squarciare il campo scuro e i tralci delle zucche iniziarono ad attorcigliarsi e a stringersi intorno ai corpi per trascinarli giù. Il corvo gracchiò, poi volò via.

- Forse ne bastano tre- ripeté Abele picchiettando la pala sulla testa. 

- Ci vedremo l'anno prossimo Lara, io non volevo ma…

L'ultima notte di ottobre

la terra tremerà

e l’oscuro abisso si squarcerà.

Usciranno fuori i reietti,

da Dio maledetti,

per saziar col sangue e l’accetta

l’eterna vendetta…

canticchiò mentre Lara e gli altri due scomparivano, tra urla disperate, nell’abisso oscuro.

- Sarai la zucca più bella l'anno prossimo. Forse ne bastano tre…-


lunedì 21 settembre 2026

Non c'era dubbio che l'estate stesse terminando


Non c'era dubbio che l'estate stesse terminando. 

In spiaggia il signore che vendeva salvagenti li stava sgonfiando tutti, uno ad uno, con una sigaretta tra le labbra e qualche soldo in più in tasca. Poco più in là, il gelataio cancellava con una grossa X nera i gusti estivi esauriti, poi con il pennarello aggiunse: cioccolata e panna, fichi e ricotta, nocciola. Si tolse il berretto di tela a righe bianche e rosse e mormorò qualcosa contro grossi nuvoloni grigi in lontananza. Un gruppetto di ragazzini, col cappuccio della felpa calato sugli occhi, sfrecciava sugli skate, sfidando le onde che  sbattevano contro il pontile


Il bagnino dello stabilimento, appoggiato a una cabina di legno, salutava con garbo la signora con cui aveva passato qualche ora felice nella stanza dell'hotel a tre stelle, come accadeva da circa dieci anni;  al marito strinse la mano, ringraziandolo per la mancia e invitandolo a tornare presto.

Il venditore di cocco si sedette su una sdraio rimasta ancora aperta e telefonò a casa. Un vento fresco portava i primi profumi d'autunno, una foglia dalle sfumature dorate cadde tra i pezzi di cocco, guardando il mare,  l'uomo sorrise: l'estate stava finendo.



mercoledì 9 settembre 2026

Come le ragazze vere

L'ultima casa in fondo alla via teneva sempre i balconi aperti, sia d'estate che d'inverno. Il giorno e la notte, soprattutto la notte.

Si diceva che l'abitazione fosse sorta sulle macerie di una casa di correzione qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Un istituto che ospitava un gruppetto di donne definite problematiche, ribelli, pericolose e dalle vite non conformi.

Di notte, soprattutto, venivano rinchiuse in quelle che i dottori chiamavano stanze, ma che invece ricordavano delle fredde celle con i lucchetti alle porte.

Erano donne che sentivano troppo, donne che bramavano la libertà.

Tina adorava le stoffe, tutte le stoffe, colorate, rigorose o impalpabili. Fin da ragazzina era solita scappare di casa per intrufolarsi nel magazzino della merceria del paese: entrava di nascosto e iniziava a sognare. Toccava e palpava i tessuti, li annusava e ne osservava le trame in controluce.

Iniziò a lavorare appena quattordicenne alla merceria, misurava le stoffe e tagliava i tessuti, con la forbice appesa al collo e l’ago tra le labbra. Tina iniziò a sbocciare, i vestiti le stavano sempre più stretti e le forme cominciavano ad apparire meno acerbe. Anche le gonne si accorciavano, nonostante Tina le allungasse un poco con i ritagli delle stoffe avanzate. E più sbocciava, più gli sguardi del proprietario della merceria si facevano insistenti. Aveva un quadernetto dove, con un mozzicone di matita, disegnava decine di vestiti, annotando i suoi appunti e incollando accanto un piccolo ritaglio di stoffa. Si sentiva la ragazza più fortunata del mondo, nonostante la guerra e gli occhi dell'uomo sempre puntati addosso. Il proprietario della merceria, con la scusa di misurare gli abiti su di lei, iniziò a toccarla, ogni giorno. Dapprima quasi impercettibilmente, tanto che Tina quasi si vergognava a fare certi pensieri. Dopo mesi di molestie sempre più pesanti e più disgustose, quando l'uomo la spinse dentro al magazzino e tentò di violentarla, Tina non riuscì più a trattenersi. Gli piantò le forbici sulla grossa pancia che la schiacciava contro il tavolo. Non lo uccise però, scappò lontano da lì, con l'ago in bocca e la forbice insanguinata appesa al collo. L'uomo la denunciò, raccontò alla polizia che aveva sorpreso Tina a rubare, che l'aveva licenziata e che lei si era vendicata.

- Non è vero! - urlava mentre la portavano all'istituto Dolce Cuore di Maria, ma nessuno le aveva creduto, né l'aveva mai ascoltata. Avrebbe solo desiderato creare vestiti per le donne, affinché tutte si sentissero bellissime.

Lara aveva solo diciassette anni quando i suoi genitori la portarono all'istituto Dolce Cuore di Maria: sentiva troppo, piangeva troppo e non mangiava niente. Si sforzava, ma non ci riusciva. E allora piangeva perché in realtà sognava di diventare una maestra della scuola elementare: desiderava insegnare a leggere e scrivere ai bambini. La fecero anche benedire dal prete, ma niente, Lara continuava a piangere. E più piangeva, meno mangiava. - Vergognati! - le urlava il padre - non troverai mai un marito così magra. Sei brutta, sei una morta che cammina. Le senti le voci della gente? Fanno gli scongiuri quando passi -. Lara iniziò a tagliarsi sulle braccia, tanti sottili graffi rossi tutti in fila. E poi non mangiò più. La rinchiusero che pesava 37 chili.

Rosa invece era una donna di trent'anni (dichiarati, ma da sempre se ne toglieva qualcuno), adorava mettersi il rossetto rosso, amava ballare e  godersi la vita. Faceva l'amore libera e detestava l'idea che un marito le ordinasse come vivere, quanto bere o come vestirsi. Amava la sua libertà. E sì, faceva la puttana in casa sua, si guadagnava così i soldi da vivere. E da lei andavano sia i soldati che i preti. Sia i contadini che i dottori, perché come li faceva sentire lei…

Pubblico scandalo e oltraggio al pudore, sentenziarono quando la turpitudine e l'immoralità non si poterono più contenere. Successe dopo che Rosa, in piazza, davanti a tutto il paese, salutò il sindaco a braccetto con la moglie. Fu portata di peso all'istituto Dolce Cuore di Maria, scalciando e urlando i nomi di tutti i suoi amanti! Le proibirono di portare il suo amato rossetto rosso, ma riuscì a nasconderlo tra i suoi effetti personali. Riuscì anche a nascondere tutti i suoi risparmi, in futuro le sarebbero serviti…

Santina fece l'errore di innamorarsi della persona sbagliata e di dichiararsi. Poco importava se passavano tutto il giorno insieme sui campi, se si riposavano sotto la stessa quercia, se si passavano la bottiglia di vino bianco, con le guance rosse e il cuore che batteva forte. Poco importava se ridevano fino alle lacrime, se si abbracciavano strette e si promettevano di partire insieme per un viaggio, senza bagagli, attraverso l'Europa. Santina le chiese di scappare dal loro paese, solo loro due, lontane da tutti, dalle famiglie, dagli sguardi, da chi giudicava e non comprendeva il loro sentimento.

- Io e te? Non è possibile, io e te esistiamo solo sotto a questa quercia -

- Ma io voglio vivere con te ovunque, non solo sotto a un albero - rispose sfiorando le loro iniziali incise nella corteccia scura. - Noi ci amiamo! Lo sento, e so che è così anche per te! -. Poi, senza pensarci, prese il volto della ragazza tra le mani e la baciò. 

Si erano già baciate, di nascosto, ma mai senza controllare prima che nessuno passasse di lì.

La ragazza la spinse via. - Tu sei pazza, mi devo sposare, vuoi mandare all'aria la mia vita? - rispose infastidita, ma anche triste, perché aveva gli occhi lucidi quando scappò via da lei, per sempre.

Il fidanzato della ragazza vide la scena del bacio, o forse glielo riferì qualcuno, perché bastò la firma di un medico compiacente e una segnalazione di pubblica sicurezza, per far rinchiudere Santina all'istituto Dolce Cuore di Maria.

Nonostante i sedativi e i barbiturici quando tentavano di scappare o, durante le crisi di pianto, le cinghie strette ai polsi, nonostante le docce fredde per punirle solo per il fatto di essere ancora se stesse, nonostante tutto, riuscirono a sopravvivere fino alla notte del bombardamento.

Rosa si prendeva cura di tutte loro, come una mamma. A volte, di nascosto, colorava le labbra delle compagne con un velo di rossetto rosso. Siamo come le ragazze vere, diceva Lara specchiandosi nel vetro della finestra.

Santina organizzava il lavoro nell'orto dell'istituto, alle suore andava bene, più le donne lavoravano, meno pensavano alle pazzie combinate fuori di lì.

Tina recuperava le stoffe regalate all'istituto e creava abiti per le sue compagne. Si sentivano tutte bellissime.

Ridevano, piangevano, si abbracciavano strette per trattenere le loro vere anime. Tutte sopravvissero fino a quella notte perché erano riuscite a trasformare la loro disperazione in una salvifica sorellanza, in un'alleanza dolcissima e potente. Una resistenza fatta di sguardi comprensivi e di gesti amorevoli. Erano riuscite a ricreare il loro mondo, dove essere se stesse non era sbagliato.

Se siamo tutte matte e tutte diverse, allora forse non lo è nessuna di noi. Siamo solo fatte così, disse Lara alle sue compagne di vita.



Poi arrivò quella notte di luglio, in cui nessuna di loro riusciva ad addormentarsi. Un bombardamento fu fatale per l’istituto. Nessuno trovò il tempo di farle evacuare, nessuno aprì i lucchetti delle loro prigioni. 

- I lucchetti! Almeno i lucchetti! - urlò disperata Tina a una novizia: una ragazzina con gli occhi spaventati e un pesante mazzo di chiavi in mano.

La novizia si voltò a guardare per l'ultima volta le celle delle donne: esili braccia si allungavano imploranti al di fuori delle sbarre. Urla disperate chiedevano pietà, almeno per quella notte.

La novizia fece qualche passo indietro, cercò la chiave della prima stanza, ma ce n'erano troppe, le tremavano le mani e il rombo sinistro dell'aereo, ormai, era già sopra le loro teste.

-Non la trovo, mi dispiace, tieni, liberati tu- disse tra le lacrime, abbandonando poi il mazzo di chiavi tra le mani di Rosa. 

- Che Dio abbia pietà di voi -, ma Dio non ebbe pietà di loro, nessuno l'aveva mai avuta con quelle donne.

Rosa tentò di trovare la chiave del lucchetto che bloccava la porta dall’esterno, con la paura che le faceva serrare i denti e paralizzare le dita. Provò e riprovò. La serratura scattò con la quinta chiave: era riuscita ad aprire quel dannato lucchetto. Un sorriso incredulo le si allargò sul viso.

Raggiunse rapida la cella di Lara e le afferrò le mani pallide che si agitavano fuori dalle sbarre.

- Ci sono io - le disse - ci salveremo, te lo prometto -.

Non avrebbe mai abbandonato le sue sorelle.

Si strinsero le mani, si guardarono negli occhi colme di disperazione e di speranza. Poi, il boato. Le macerie.

Qualcuna pianse fino all'ultimo respiro aggrappata alla grata della finestra, qualcun'altra non fece altro che graffiare la porta per tentare di scappare. Tina si rannicchiò sotto il letto, aspettando che tutto finisse, graffiandosi il corpo con i fili metallici della rete. La camicia da notte bianca si macchiò di tanti puntini rossi. Era una bella immagine, pensò tra sé, dopotutto quando era una donna libera, le stoffe particolari le erano sempre piaciute.

 

Quella notte Rosa riuscì a salvarsi perché, scappata dalla sua stanza, riuscì a trovare rifugio sotto il tavolo di legno massiccio di una guardia. Urlò i nomi di tutte le sue sorelle per ore, le cercò sotto alle macerie: doveva salvarle, non le avrebbe abbandonate anche lei. Poi sentì una voce flebile, una di loro che dichiarava con un filo di voce: sono viva, sono ancora viva, sono io.


Negli anni a venire Rosa e Santina riuscirono a costruire sopra a quelle macerie una casa per tutte le donne che avessero bisogno di un luogo di pace, di poesia e di libertà, dove essere solo se stesse.

Una casa che fosse l'esatto opposto di una prigione, dove le finestre rimanevano sempre spalancate di giorno e di notte: un luogo per potersi ritrovare, riconoscere e iniziare a vivere.





giovedì 22 gennaio 2026

Esercizio di scrittura creativa...

Esercizio di scrittura creativa...
Gennaio dal punto di vista di un albero di Natale che sta per essere riposto nello scatolone. Cosa pensa, cosa vede...
È un animo stucchevole ,gentile o al contrario un vecchio cinico ed esausto albero di Natale?

Si sono dimenticati di accendermi le lucette stasera. Non che mi dia fastidio un po’ di tranquillità: tutto quell'accendersi e spegnersi
intermittente per ore mi fa girare un po’ la testa e le palle. Quest'anno mi hanno riempito di palle: argentate, gialle, verdi, bianche, rosa! Fiocchi rossi, lucette colorate... hanno veramente esagerato con la cafonaggine.
E mi hanno addobbato praticamente solo davanti, per poi spingermi in un angolo. Dietro mi si vede tutto.
E vogliamo parlare del puntale? Me l'hanno ficcato in cima, pende tutto da un lato, mi stringe gli aghi e continua a perdere porporina. Ogni volta che qualcuno mi passa a fianco sfiorandomi, dal puntale scende una
nuvola dorata. Se potessi, starnutirei brillantini. Ma dove siamo, a Las Vegas?
Nessuno sembra più notarmi da qualche giorno, nessuno fa più caso alla mia presenza. Credo sia arrivato quel momento, ormai sono
invisibile. Certo, come possa passare inosservato visto che ho un fiocco
dorato gigante attaccato dietro e un puntale ficcato in testa, non lo so…
È caduta a terra una pallina rossa l'altro giorno; nessuno se n'è accorto.
La vedo, è sotto al mobile, non credo che qualcuno la cercherà.
Funziona così, tutti gli anni: prima sono tutti gasati ed entusiasti di
avermi in giro e poi…
Non hanno acceso le lucette stasera, tra qualche giorno mi infileranno in
uno scatolone. Finisce sempre così.

Credo sia giunto quel momento, non mancherà molto; ho notato le loro espressioni e li ho sentiti bisbigliare. Mi vedo allo specchio: sono ricoperto di brillantini, pendo da un lato e sono anche più spelacchiato dell'anno scorso. Sembro un vecchio ubriaco appena uscito dal casinò.
Mi farei un whisky prima di uscire di scena.
Eccolo lo scatolone: è logoro, pieno di scotch vecchio e puzza di Natali passati.
Vacci piano con quel fiocco dietro!
Signori, vorrei dire che è stato un piacere, ma volentieri mi faccio una dormita senza fiocchi e palline colorate appese dove non dovrebbero essere appese.
Rumore di nastro adesivo.
Il buio, poi il silenzio.