mercoledì 9 settembre 2026

Come le ragazze vere

L'ultima casa in fondo alla via teneva sempre i balconi aperti, sia d'estate che d'inverno. Il giorno e la notte, soprattutto la notte.

Si diceva che l'abitazione fosse sorta sulle macerie di una casa di correzione qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Un istituto che ospitava un gruppetto di donne definite problematiche, ribelli, pericolose e dalle vite non conformi.

Di notte, soprattutto, venivano rinchiuse in quelle che i dottori chiamavano stanze, ma che invece ricordavano delle fredde celle con i lucchetti alle porte.

Erano donne che sentivano troppo, donne che bramavano la libertà.

Tina adorava le stoffe, tutte le stoffe, colorate, rigorose o impalpabili. Fin da ragazzina era solita scappare di casa per intrufolarsi nel magazzino della merceria del paese: entrava di nascosto e iniziava a sognare. Toccava e palpava i tessuti, li annusava e ne osservava le trame in controluce.

Iniziò a lavorare appena quattordicenne alla merceria, misurava le stoffe e tagliava i tessuti, con la forbice appesa al collo e l’ago tra le labbra. Tina iniziò a sbocciare, i vestiti le stavano sempre più stretti e le forme cominciavano ad apparire meno acerbe. Anche le gonne si accorciavano, nonostante Tina le allungasse un poco con i ritagli delle stoffe avanzate. E più sbocciava, più gli sguardi del proprietario della merceria si facevano insistenti. Aveva un quadernetto dove, con un mozzicone di matita, disegnava decine di vestiti, annotando i suoi appunti e incollando accanto un piccolo ritaglio di stoffa. Si sentiva la ragazza più fortunata del mondo, nonostante la guerra e gli occhi dell'uomo sempre puntati addosso. Il proprietario della merceria, con la scusa di misurare gli abiti su di lei, iniziò a toccarla, ogni giorno. Dapprima quasi impercettibilmente, tanto che Tina quasi si vergognava a fare certi pensieri. Dopo mesi di molestie sempre più pesanti e più disgustose, quando l'uomo la spinse dentro al magazzino e tentò di violentarla, Tina non riuscì più a trattenersi. Gli piantò le forbici sulla grossa pancia che la schiacciava contro il tavolo. Non lo uccise però, scappò lontano da lì, con l'ago in bocca e la forbice insanguinata appesa al collo. L'uomo la denunciò, raccontò alla polizia che aveva sorpreso Tina a rubare, che l'aveva licenziata e che lei si era vendicata.

- Non è vero! - urlava mentre la portavano all'istituto Dolce Cuore di Maria, ma nessuno le aveva creduto, né l'aveva mai ascoltata. Avrebbe solo desiderato creare vestiti per le donne, affinché tutte si sentissero bellissime.

Lara aveva solo diciassette anni quando i suoi genitori la portarono all'istituto Dolce Cuore di Maria: sentiva troppo, piangeva troppo e non mangiava niente. Si sforzava, ma non ci riusciva. E allora piangeva perché in realtà sognava di diventare una maestra della scuola elementare: desiderava insegnare a leggere e scrivere ai bambini. La fecero anche benedire dal prete, ma niente, Lara continuava a piangere. E più piangeva, meno mangiava. - Vergognati! - le urlava il padre - non troverai mai un marito così magra. Sei brutta, sei una morta che cammina. Le senti le voci della gente? Fanno gli scongiuri quando passi -. Lara iniziò a tagliarsi sulle braccia, tanti sottili graffi rossi tutti in fila. E poi non mangiò più. La rinchiusero che pesava 37 chili.

Rosa invece era una donna di trent'anni (dichiarati, ma da sempre se ne toglieva qualcuno), adorava mettersi il rossetto rosso, amava ballare e  godersi la vita. Faceva l'amore libera e detestava l'idea che un marito le ordinasse come vivere, quanto bere o come vestirsi. Amava la sua libertà. E sì, faceva la puttana in casa sua, si guadagnava così i soldi da vivere. E da lei andavano sia i soldati che i preti. Sia i contadini che i dottori, perché come li faceva sentire lei…

Pubblico scandalo e oltraggio al pudore, sentenziarono quando la turpitudine e l'immoralità non si poterono più contenere. Successe dopo che Rosa, in piazza, davanti a tutto il paese, salutò il sindaco a braccetto con la moglie. Fu portata di peso all'istituto Dolce Cuore di Maria, scalciando e urlando i nomi di tutti i suoi amanti! Le proibirono di portare il suo amato rossetto rosso, ma riuscì a nasconderlo tra i suoi effetti personali. Riuscì anche a nascondere tutti i suoi risparmi, in futuro le sarebbero serviti…

Santina fece l'errore di innamorarsi della persona sbagliata e di dichiararsi. Poco importava se passavano tutto il giorno insieme sui campi, se si riposavano sotto la stessa quercia, se si passavano la bottiglia di vino bianco, con le guance rosse e il cuore che batteva forte. Poco importava se ridevano fino alle lacrime, se si abbracciavano strette e si promettevano di partire insieme per un viaggio, senza bagagli, attraverso l'Europa. Santina le chiese di scappare dal loro paese, solo loro due, lontane da tutti, dalle famiglie, dagli sguardi, da chi giudicava e non comprendeva il loro sentimento.

- Io e te? Non è possibile, io e te esistiamo solo sotto a questa quercia -

- Ma io voglio vivere con te ovunque, non solo sotto a un albero - rispose sfiorando le loro iniziali incise nella corteccia scura. - Noi ci amiamo! Lo sento, e so che è così anche per te! -. Poi, senza pensarci, prese il volto della ragazza tra le mani e la baciò. 

Si erano già baciate, di nascosto, ma mai senza controllare prima che nessuno passasse di lì.

La ragazza la spinse via. - Tu sei pazza, mi devo sposare, vuoi mandare all'aria la mia vita? - rispose infastidita, ma anche triste, perché aveva gli occhi lucidi quando scappò via da lei, per sempre.

Il fidanzato della ragazza vide la scena del bacio, o forse glielo riferì qualcuno, perché bastò la firma di un medico compiacente e una segnalazione di pubblica sicurezza, per far rinchiudere Santina all'istituto Dolce Cuore di Maria.

Nonostante i sedativi e i barbiturici quando tentavano di scappare o, durante le crisi di pianto, le cinghie strette ai polsi, nonostante le docce fredde per punirle solo per il fatto di essere ancora se stesse, nonostante tutto, riuscirono a sopravvivere fino alla notte del bombardamento.

Rosa si prendeva cura di tutte loro, come una mamma. A volte, di nascosto, colorava le labbra delle compagne con un velo di rossetto rosso. Siamo come le ragazze vere, diceva Lara specchiandosi nel vetro della finestra.

Santina organizzava il lavoro nell'orto dell'istituto, alle suore andava bene, più le donne lavoravano, meno pensavano alle pazzie combinate fuori di lì.

Tina recuperava le stoffe regalate all'istituto e creava abiti per le sue compagne. Si sentivano tutte bellissime.

Ridevano, piangevano, si abbracciavano strette per trattenere le loro vere anime. Tutte sopravvissero fino a quella notte perché erano riuscite a trasformare la loro disperazione in una salvifica sorellanza, in un'alleanza dolcissima e potente. Una resistenza fatta di sguardi comprensivi e di gesti amorevoli. Erano riuscite a ricreare il loro mondo, dove essere se stesse non era sbagliato.

Se siamo tutte matte e tutte diverse, allora forse non lo è nessuna di noi. Siamo solo fatte così, disse Lara alle sue compagne di vita.



Poi arrivò quella notte di luglio, in cui nessuna di loro riusciva ad addormentarsi. Un bombardamento fu fatale per l’istituto. Nessuno trovò il tempo di farle evacuare, nessuno aprì i lucchetti delle loro prigioni. 

- I lucchetti! Almeno i lucchetti! - urlò disperata Tina a una novizia: una ragazzina con gli occhi spaventati e un pesante mazzo di chiavi in mano.

La novizia si voltò a guardare per l'ultima volta le celle delle donne: esili braccia si allungavano imploranti al di fuori delle sbarre. Urla disperate chiedevano pietà, almeno per quella notte.

La novizia fece qualche passo indietro, cercò la chiave della prima stanza, ma ce n'erano troppe, le tremavano le mani e il rombo sinistro dell'aereo, ormai, era già sopra le loro teste.

-Non la trovo, mi dispiace, tieni, liberati tu- disse tra le lacrime, abbandonando poi il mazzo di chiavi tra le mani di Rosa. 

- Che Dio abbia pietà di voi -, ma Dio non ebbe pietà di loro, nessuno l'aveva mai avuta con quelle donne.

Rosa tentò di trovare la chiave del lucchetto che bloccava la porta dall’esterno, con la paura che le faceva serrare i denti e paralizzare le dita. Provò e riprovò. La serratura scattò con la quinta chiave: era riuscita ad aprire quel dannato lucchetto. Un sorriso incredulo le si allargò sul viso.

Raggiunse rapida la cella di Lara e le afferrò le mani pallide che si agitavano fuori dalle sbarre.

- Ci sono io - le disse - ci salveremo, te lo prometto -.

Non avrebbe mai abbandonato le sue sorelle.

Si strinsero le mani, si guardarono negli occhi colme di disperazione e di speranza. Poi, il boato. Le macerie.

Qualcuna pianse fino all'ultimo respiro aggrappata alla grata della finestra, qualcun'altra non fece altro che graffiare la porta per tentare di scappare. Tina si rannicchiò sotto il letto, aspettando che tutto finisse, graffiandosi il corpo con i fili metallici della rete. La camicia da notte bianca si macchiò di tanti puntini rossi. Era una bella immagine, pensò tra sé, dopotutto quando era una donna libera, le stoffe particolari le erano sempre piaciute.

 

Quella notte Rosa riuscì a salvarsi perché, scappata dalla sua stanza, riuscì a trovare rifugio sotto il tavolo di legno massiccio di una guardia. Urlò i nomi di tutte le sue sorelle per ore, le cercò sotto alle macerie: doveva salvarle, non le avrebbe abbandonate anche lei. Poi sentì una voce flebile, una di loro che dichiarava con un filo di voce: sono viva, sono ancora viva, sono io.


Negli anni a venire Rosa e Santina riuscirono a costruire sopra a quelle macerie una casa per tutte le donne che avessero bisogno di un luogo di pace, di poesia e di libertà, dove essere solo se stesse.

Una casa che fosse l'esatto opposto di una prigione, dove le finestre rimanevano sempre spalancate di giorno e di notte: un luogo per potersi ritrovare, riconoscere e iniziare a vivere.





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