sabato 31 ottobre 2026

🎃Il campo di zucche

Dannate zucche, maledì con un filo di voce il ragazzo zoppicando fino al campo bruno davanti a sé. Un corvo gracchiò in lontananza, se ne stava sempre lì, su quell'albero, sembrava che controllasse quei campi, che si godesse lo spettacolo.

Lo so, uccellaccio del malaugurio, lo so che siamo quasi a fine ottobre, gli gridò lanciandogli una pietra sporca di terra. 

Si guardò le mani, mani consumate come si sentiva lui dentro. Ogni santo giorno, da quando era rimasto orfano, sapeva di dover custodire quei campi di zucche. Non aveva una fidanzata: come avrebbe potuto condannarla a quella vita? In realtà amava una ragazza, da sempre, e lei amava lui, fin da piccoli, ma non se la sentiva di stare con lei. Avrebbe dovuto confidarle il suo segreto oscuro, e lei di certo sarebbe scappata inorridita. Non sarebbe riuscito a sopportare anche quello. Lara passava a trovarlo tutte le sere, anche solo per un saluto, per una tazza di camomilla o una grappa. L'unica donna con cui era stato, e più l'amava, più la allontanava;  la aspettava comunque tutte le sere, non riusciva a fare a meno del suo amore.

Sua nonna, quand'era in vita, l'aveva avvertito: Abele resta da solo, il tuo destino è segnato, sarà quel che sarà, tanto prima o poi tutto finisce. Forse sei nato così brutto per restare da solo.

Era magrissimo, aveva i capelli biondi, quasi bianchi, lunghi fino alle spalle, gli occhi azzurri, l'iride era pressoché trasparente, e poi zoppicava. Zoppicava tra i campi, tra le zucche, sprofondando nella terra scura, a volte restandone prigioniero. 

Sembri già morto, un fantasma zoppo, gli diceva ancora la nonna.

Sembri un angelo, gli sussurrava invece  Lara, quando stavano insieme, abbracciandolo forte per non lasciarlo andare e accarezzandogli i capelli quasi bianchi.

Non posso, le diceva sfiorandole le labbra con le dita sottili e fredde come un nebbioso giorno d'ottobre.

- Non capirò mai perché, perché stai con me e poi mi allontani!  Un giorno me ne andrò da questo posto dimenticato da tutti i santi e forse qualcuno mi vorrà sposare. Fino a quel momento il mio cuore appartiene a te lo sai - gli ripeteva da sempre.

 

Cosa sarebbe successo dopo la fine di Abele, quello solo Dio lo poteva sapere. La gente gli stava alla larga, quel ragazzo porta sfortuna, si chiacchierava in giro. Se solo avessero saputo che sotto a quei campi, sotto alle maledette zucche colorate c'era quella specie di inferno… Come se fosse stata colpa sua, come se avesse potuto scegliere. 

L'ultima notte di ottobre

la terra tremerà

e l’oscuro abisso si squarcerà.

Usciranno fuori i reietti,

da Dio maledetti,

per saziar col sangue e l’accetta

l’eterna vendetta…

Gli sussurrava la nonna fin da quando era nella culla. Imparala a memoria, sarà la tua salvezza e la tua dannazione.

A volte gli sembrava tutto un incubo, il suo aspetto, la sua vita, il 31 ottobre. Quella macabra filastrocca era il sottofondo delle sue giornate, come uno stridio che non si placava mai nella testa. 

Afferrò un pugno di terra e se la portò al naso, profumava di ottobre, dannatamente di ottobre.

Da qualche anno, e non ne capiva il perché, se non per il fatto che le modernità non avevano alcun senso per lui, i suoi campi di zucche erano i più ammirati e i più fotografati del territorio. E per qualche altro assurdo motivo la gente aveva iniziato a lasciargli soldi di carta e monete dentro un barattolo di latta appeso a un palo. Il ragazzo l'aveva messo lì solo per capire quanta pioggia scendesse in una brutta giornata d'autunno.

- Per l'ingresso, per ringraziare-  gli disse un uomo fotografandolo, come se non fosse stato altro che una comparsa spettrale in uno spettacolo teatrale.

E per evitare che gli entrassero in casa aveva creato un lungo sentiero tra le sue zucche. Qualcuno si accomodava sulle casse di legno lasciate qua e là ai bordi del campo, chi fumava, chi beveva, chi faceva foto. 

- Che meraviglia stare qui-  gli aveva detto una donna seduta tra le zucche. 

- Io non mi siederei lì in mezzo se fossi in te-  le aveva risposto il ragazzo piantando il badile nella terra umida. Metteva soggezione quando fissava le persone con quegli occhi trasparenti, faceva venire i brividi a tutti, tranne che a Lara.

Verso sera si stendeva uno strano velo di nebbia sopra a quel dannato campo di zucche, succedeva da sempre così, da secoli. E da sempre toccava a lui starci dietro, era così stanco…

E siccome poi la gente iniziò ad andare a visitare il  campo di zucche anche dopo il tramonto, il ragazzo decise di disporre nei sentieri qualche lanterna.

Che spettacolo, gli dicevano fotografando il campo, le zucche bitorzolute, lui.

Strinse la medaglietta che nascondeva in tasca, con la foto di Lara, la portava sempre con sé, in qualche modo si sentiva protetto da quell'amore impossibile.


Quando ottobre piegava i rami e rinsecchiva le foglie, la terra sotto i campi di Abele cominciava a tremare, lui lo percepiva in  modo chiaro. Un vocio inquietante si insidiava nella sua testa e non lo lasciava in pace, si mischiava con le parole della filastrocca. Al ragazzo pareva di impazzire. 

Un tempo le cose erano più semplici, c'era un ordine. 

Molti anni prima il custode del campo faceva il giro delle case con la sua lanterna. Sapeva già a quale porta bussare e dove c'era qualcuno con un piede nella fossa. E i familiari aprivano la porta senza stupore. Il prete arrivava in fretta, segnava la fronte del moribondo con l'estrema unzione, recitava due parole in latino, che nessuno comprendeva, e alzava gli occhi al cielo: Ci sono cose che nessuno può comprendere, possiamo solo pregare. Un macabro e necessario rituale. Magari diventerà un angelo.

O una zucca, pensavano tutti. Poi, con un cenno del capo, faceva capire al custode che poteva portare il corpo al campo di zucche. I parenti piangevano al cimitero davanti a una cassa vuota, e la terra taceva, sazia. Sotto a quelle zucche, da secoli, vi erano ammassati assassini della peggior specie, giustiziati o sepolti vivi. E ogni trentuno ottobre, quando il velo tra i mondi si assottigliava, bisognava placare la loro sete sanguinaria di vendetta, sacrificando qualcuno. 

Il problema era che adesso i paesi si erano svuotati. Niente vecchi in fin di vita, niente moribondi. Nessun segreto tramandato, i giovani erano andati tutti in città.

C'erano solo i turisti. ​La gente calpestava quella terra maledetta ridendo, facendo foto e sdraiandosi tra le zucche, ignara di tutto. E doveva pensarci lui a trovare qualcuno, per tenere buoni quei diavoli e regalare un altro anno di pace al mondo. Un baratto spietato, ma era così da sempre.

A ottobre, le zucche del campo maledetto, assumevano strane sembianze. Non erano zucche normali. Tra i solchi profondi e i bitorzoli della scorza dura, appariva come l'ombra di volti raggrinziti. La terra lì assorbiva l'anima di chi era stato seppellito nel campo. Non che vi fosse inciso o disegnato un vero volto, era solo un'impressione, un velo di un'anima sacrificata.


-Non si daranno mai pace, da secoli è così,  adesso tocca a te, gli aveva spiegato la nonna passandogli il maledetto testimone, prima di andarsene all'altro mondo. 

Per un paio d'anni il ragazzo aveva temuto che la fine fosse arrivata, che senza più moribondi da offrire la terra si sarebbe spaccata a metà per far uscire quegli assassini, e tanti saluti al mondo. Le sentiva le voci, erano sempre più vivide, più minacciosi, come una tenaglia dentro alla testa.

Doveva provvedere lui, di solito ne bastavano tre o quattro, per farli stare buoni.


Al calare della notte del 31 ottobre, mentre la nebbia inghiottiva le lanterne e i visitatori si diradavano tra le risate e i flash, il ragazzo tese la sua silenziosa trappola: approfittando del buio, tramortì con il badile l'ultima coppia che si aggirava tra le zucche.

I due corpi giacevano inermi sulla terra scura. Il solito corvo gracchiò dal suo albero. Certo che non avrebbe voluto farlo, e quei due non avevano nessuna colpa. È il destino o la sfortuna! gli gridò. Non li ho invitati io qui, aggiunse.

Dovevano solo rimanere in vita fino a mezzanotte. Li imbavagliò prima che potessero urlare e legò loro mani e piedi. Trascinò un corpo alla volta in mezzo al campo e si sedette vicino a loro. 

Sotto, solo l'orrore. Era così stanco di fare il custode.  

Dalla Bibbia vide spuntare la sagoma di Lara, era andata a cercarlo, come tutte le sere.

- Dove ti eri cacciato? Ti cerco da un sacco! Ti devo dire una cosa importante, gli disse avvicinandosi.

Era abituata a sprofondare nella terra umida, ad aggirarsi tra i campi.

- Che ci fai là seduto? Non si vede niente. Sono venuta a dirti che domani parto, vado in Francia, dormirò da una cugina e studierò il francese, forse lavorerò in un bistrot, ti immagini? Avrò un baschetto magari o …. Chi sono quei due? Perché sono lì a terra? Sono morti?-  gli chiese portandosi le mani alla bocca. Un'espressione di terrore le ghiacciò gli occhi.

- Non è come pensi, Lara, non puoi capire cosa succede qui ogni anno- le confessò prendendosi la testa tra le mani.

- Spiegami cosa sta succedendo!-

- Qui sotto accadono cose terribili e stanotte verranno a prenderci se non sacrifico queste persone-

- Ma cosa stai dicendo?- arretrò di qualche passo.

- Non le senti le voci? Non senti tutto questo dolore? L’inferno che sta per uscire? Io sono solo il custode di questi campi di zucche - 

- Cosa stai dicendo Abele? Io non sento niente. Hai ammazzato tu queste persone? Tu sei pazzo, io devo andare via, devo cercare aiuto - disse con la voce rotta, inciampando tra le zucche.

Il ragazzo strinse forte la medaglietta che aveva in tasca, fino a tagliarsi la mano. 

- Non puoi andartene -

La terra ebbe un sussulto, come una scossa di terremoto. Lara cadde tra le zucche, gli occhi erano fissi su Abele che non riconosceva. Il panico si mutò in un orrore assoluto. Non era un angelo.

- Abele ti prego, mi fai paura! — urlò, graffiando disperata la terra, circondata  da centinaia di zucche che ora sembravano guardarla con volti orribili e disperati.

- Mi spiace Lara, ma starai sempre qui con me -.

Un’altra scossa parve squarciare il campo scuro e i tralci delle zucche iniziarono ad attorcigliarsi e a stringersi intorno ai corpi per trascinarli giù. Il corvo gracchiò, poi volò via.

- Forse ne bastano tre- ripeté Abele picchiettando la pala sulla testa. 

- Ci vedremo l'anno prossimo Lara, io non volevo ma…

L'ultima notte di ottobre

la terra tremerà

e l’oscuro abisso si squarcerà.

Usciranno fuori i reietti,

da Dio maledetti,

per saziar col sangue e l’accetta

l’eterna vendetta…

canticchiò mentre Lara e gli altri due scomparivano, tra urla disperate, nell’abisso oscuro.

- Sarai la zucca più bella l'anno prossimo. Forse ne bastano tre…-


Nessun commento:

Posta un commento